Deputazioni e Consorzi idraulici (Granducato di Toscana)

L’istituzione ha assunto nel corso del tempo le seguenti denominazioni:

Pianura dell’Ombrone Pistoiese (secoli XVI-XIX)

Circondari di Imposizione di Empoli (metà XVI secolo-oggi)

Valdinievole e Padule di Fucecchio (1781-oggi)

Valdarno di Sopra (1697-1769)

In Toscana agirono – per periodi più o meno lunghi – numerose realtà consorziali idrauliche locali, di cui non è possibile dar conto in questa sede. Basti pensare che lungo il corso dell’Arno – nel solo tratto compreso nel territorio del contado fiorentino tra Levane e Santa Croce – nella seconda metà del XVII secolo esistevano innumerevoli imposizioni, tra cui quelle di Bocca d’Ambra, di Montevarchi e San Giovanni, di Petriolo e Brozzi, di Ugnano, di San Moro, di Legnaia, di Badia a Settimo, di Santa Croce (ASF, Capitani di Parte Guelfa, filze varie).
Tra le principali ricordiamo: il consorzio di Empoli, la Congregazione del Valdarno, il Consorzio di Bonifica del Padule Fucecchio, la “Congregazione per l’allargamento del Fiume Ombrone” Pistoiese poi Deputazione centrale per lo stabilimento delle serre del Fiume Ombrone.
I Consorzi idraulici erano gli enti che, con la denominazione corrente di imposizioni fluviali o palustri, riunivano coattivamente i proprietari privati dei terreni disposti intorno a corsi d’acqua e zone umide. Essi, fin dalla seconda metà del XVI secolo (e almeno fino all’unità d’Italia, ma in alcuni casi anche successivamente e fino ai nostri giorni), in base alla legislazione medicea, e per tutta l’età granducale, si occuparono specificamente della gestione e della regolamentazione più o meno ordinaria delle imposizioni di fiumi, fossi e paduli dei rispettivi circondari quasi mai coincidenti con i reticoli comunitativi, fra l’altro con particolare frammentazione degli spazi di pertinenza fluviale o palustre in parecchie circoscrizioni che raramente si occupavano di entrambe le sponde o dell’intero invaso.
Le Deputazioni o Congregazioni idrauliche erano invece i pochi enti occasionalmente istituiti dai governi granducali (sempre con il concorso fondamentale della proprietà privata ma anche con l’intervento tecnico-finanziario dello Stato mediceo o lorenese) per affrontare e risolvere problemi straordinari di grande rilevanza pubblica, come la sistemazione dei fiumi maggiori (Arno e Ombrone Pistoiese) o la bonifica di grandi e piccoli comprensori palustri quali Valdinievole, Valdichiana, Maremma Grossetana, Pian del Lago, Padule di Orgia (per cui v. Congregazione degli Interessati di Pian del Lago e “Consorteria del Padule d’Orgia”), ecc.
Ai tempi della realizzazione e attivazione del catasto geometrico lorenese (1832-34), venne meno per ciascun ente, almeno per i più piccoli, la necessità di stipendiare un ingegnere per disegnare e aggiornare i cartoni dell’imposizione (in genere “inesatti o incompletissimi”, come li definì in quegli anni Giovanni Inghirami), dal momento che ora potevano soccorrere ottimamente le mappe catastali appositamente riunite. E per tutte le 553 Deputazioni dei Fiumi e Fossi del Granducato che allora amministravano circa un ottavo della superficie totale dello Stato scattò “l’obbligo di tenere in buona regola i plantarj dei terreni compresi nelle singole imposizioni, e i registri delle loro annue spese di lavori e d’amministrazione” (Rombai, 1989, p. 170).
Le competenze in materia di arginature di fiumi e di bonifiche addossate, fin dal XVI secolo, “ai proprietari dei fondi limitrofi ai fiumi ed ai fossi” furono confermate dalla Camera di Soprintendenza Comunitativa del Granducato negli anni 1820-21 e “rappresentavano il punto di arrivo e la definitiva formalizzazione” del sistema creato dai Medici.
L’amministrazione e la gestione delle imposizioni gravanti sui terreni sottoposti ai rischi e alle esondazioni dei corsi d’acqua e dei paduli erano già state disciplinate dal governo centrale (Camera delle Comunità) nel 1774 (con l’affidamento della gestione delle imposizioni ai proprietari, obbligati a nominare una deputazione di rappresentanti) e nel 1786. Con quest’ultima normativa, in seguito alle diffuse inadempienze dei proprietari, si affidava ai giusdicenti locali (vicari o podestà) il compito di effettuare periodiche ispezioni ai corsi d’acqua, alla presenza dei deputati delle imposizioni e del tecnico o provveditore di strade delle rispettive comunità, e di redigere apposite relazioni con la descrizione dei lavori occorrenti (Benigni e De Gramatica, 1998, pp. 23-24).
Le spese sia ordinarie che straordinarie occorrenti per la manutenzione dei circondari idraulici erano ripartite tra i proprietari di ciascuna imposizione in base alle quote di possesso, vale a dire in base alle superfici dei terreni posseduti articolate in varie “classi” definite a seconda dell’uso e della produttività del suolo, verificate in base ad appositi elenchi dei beni e in base ad attendibili cartografie a grande scala prodotte allo scopo, tradizionalmente dette “Cartoni del Circondario” (Guarducci e Rombai, 1998, pp. 52-54).

Pianura dell’Ombrone Pistoiese (secoli XVI-XIX). I tanti circondari di imposizione dell’Ombrone Pistoiese (esistenti fin dal XVI secolo) vennero riuniti nel 1706 dal governo granducale nella Deputazione o “Congregazione per l’allargamento del Fiume Ombrone”.
Questo nuovo ed unico ente idraulico doveva procedere (ricorrendo ai consueti contributi versati dalla proprietà fondiaria, ma con la cospicua integrazione di finanziamenti statali procurati mediante “imposizioni universali” attivate nel 1706, 1711, 1717, 1722, 1725 e 1729) alla canalizzazione generale (e in alcuni tratti anche all’allargamento del letto, come evidenzia la denominazione stessa dell’ufficio) del principale fiume pistoiese, in tutto il suo corso in pianura tra Pistoia e la confluenza in Arno.
Ovviamente, la rilevanza dell’intervento impose la redazione di cartografie d’insieme e parziali.
I lavori richiesero molti decenni per essere compiuti, tanto che tra il 1760 e il 1763 il governo nominò una commissione di esperti per far chiarezza sui problemi ancora in essere. Per quanto fin dal 1742 fosse stato scavato il nuovo letto, all’inizio degli anni ’60 i lavori agli argini fervevano ancora tra Pontelungo e Ponte alla Pergola, e rimaneva pure da colmare e mettere a coltura il letto vecchio.
In pratica, l’operazione poté dirsi conclusa all’inizio del 1772, perché il motuproprio granducale del 17 febbraio soppresse la Deputazione e tornò a ripartire il fiume e lo spazio circostante fra le antiche e svariate imposizioni dei proprietari.
I pesanti esborsi finanziari furono compensati dall’avanzata della colonizzazione agraria nelle aree di pertinenza fluviale “acquistate” con la sistemazione e la bonifica.
Il ritorno alla tradizionale gestione frammentaria del corso d’acqua, col tempo, finì però col produrre il progressivo deterioramento dell’assetto idrologico, come dimostrano le ricorrenti esondazioni e rotture di argini che, fin dal 1777, richiesero continui e costosi lavori straordinari di ripristino.
Questo stato di cose divenne sempre più precario all’inizio del nuovo secolo XIX, e vi si cominciò a trovare rimedio solo a partire dal 1821, quando il professore idraulico pistoiese Pietro Pietrini – dopo un esame dettagliato delle condizioni fisiografiche – redasse un piano generale di sistemazione del fiume e del suo bacino idrografico, che era imperniato sulla costruzione di circa 150 serre sugli alti corsi degli affluenti dell’Ombrone (Vincio di Brandeglio e di Montagnana, Brana, Bure, Piestro, Torbecchia, ecc.), al fine di evitare corrosioni e frane delle pendici montane-collinari.
Il governo, con rescritto del 25 ottobre 1822, approvò l’esecuzione del progetto Pietrini, affidandone la direzione – nell’ambito di un nuovo ente di gestione che accorpava le tante tradizionali imposizioni fluviali, denominato “Deputazione centrale per lo stabilimento delle serre del Fiume Ombrone” – all’ingegnere pistoiese Marco Gamberai (che qualche anno dopo sarebbe entrato nel Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade), con la supervisione di Alessandro Manetti.
I grandiosi lavori di bonifica montana mediante la realizzazione di tante serre disposte “a guisa di scaglioni dai tronchi inferiori fino ai primi rigagnoli verso le vette delle montagne”, registrarono un grande impulso negli anni ’20 e ’30, e all’inizio degli anni ’40 furono considerati pressoché conclusi: tanto che, con sovrano rescritto del 22 aprile 1843, la Deputazione delle Serre venne sciolta, mentre tutte le sue competenze furono affidate alla Deputazione d’Ombrone, la quale proseguì con i suoi ingegneri l’opera di completamento e manutenzione delle serre. Le operazioni andarono tuttavia a rilento, se proseguivano ancora nei primi anni ’60 di quello stesso secolo, e se nel 1863 – a seguito di importanti modifiche ambientali prodotte dal tracciato della nuova linea ferroviaria porrettana – l’ing. Eugenio Zamponi propose la costruzione di nuove serre sul fosso detto di Fabbrica, sul fosso Castagno, sull’Ombrone, sul fosso di Ciliceia e sul fossetto di Calabbiana. Neppure questi lavori riuscirono però a risolvere il problema, anche per il massiccio diboscamento in atto nelle pendici montane, almeno fino al 1923 quando fu approvata una rigorosa legge forestale (Romby, 1984 e 1988).

Circondari di Imposizione di Empoli (metà XVI secolo-oggi). Nell’Empolese esistevano, dalla metà del XVI secolo (destinate a durare fino ai giorni nostri), come recitano gli atti catastali del 1817-32, “moltissime Imposizioni, e sono Pratelle di Sopra e di Sotto, Arno Vecchio, Romito o Mosca, S. Donato o Piovola, Orme a sinistra, Cappuccini, S. Maria, Arno sotto il Molino del Sale, Vitiana, Pagnana, Saettino, Volpi, Elsa alla Girandola, Elsa a Brusciana, Elsa alle Poste, Arno a Riottoli, Arno a Cintoia, Arno alla Moretta”, che “si pagano dai possessori per lo più divisi in classi in proporzione del vantaggio”.
Di sicuro, in ogni epoca le spese di regimazione idrica furono cospicue, perché “il suolo della pianura trovasi molto basso e perciò soggetto all’infrigidimento naturalmente occasionato dalla difficoltà degli scoli e dalla elevazione dei torrenti e fiumi che vi scolano e particolarmente del fiume Arno”. In molti luoghi era difficile, o addirittura impossibile, “il poter colmare, onde lo stato di questa pianura va ogni giorno deteriorando”, a seguito dei molti corsi d’acqua che scorrevano “con molta veemenza, portandosi seco delle moli di sassi” che producevano “frequenti rotte”, con “danno gravissimo ai possessori adiacenti”. D’altra parte, non pochi settori del poggio erano di “natura sterile” o poco produttiva.
Come si è già accennato, le spese sia ordinarie che straordinarie erano ripartite tra i proprietari dell’imposizione in base alle quote di possesso verificate sugli elenchi dei beni e sulle piante (dette “cartoni del Circondario”).
Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 dell’Ottocento, le perizie redatte (sulla base di capillari visite annuali) da Giulio Marzocchi, Pietro Maestrelli e da altri ingegneri delle varie imposizioni confermano che, ormai, il fitto reticolo idrografico era generalmente “ben tenuto” ed efficiente. Nel 1857-61, comunque, furono effettuati, oltre ai consueti interventi di manutenzione (escavazioni e più di rado allargamenti d’alveo, rinforzi e rialzamenti d’argine, piantate arboree di pioppi, acacie o altre specie “a facile sviluppo” e “sassaie” o “getti di sassi” con “pietre della Gonfolina” realizzate a difesa delle ripe e panchine, restauro di cateratte e ponti, ecc.), anche qualche lavoro di sistemazione a fossi e scoli di un certo impegno finanziario da parte delle imposizioni del Rio di Vitiana e Campolungo (che procedette all’escavazione di un nuovo canale con sbocco diretto in Arno “in sussidio del fosso maestro”), d’Arno Vecchio, del T. Orme spalla destra e sinistra, del T. Piovola, dei Rii Saettino e Friano, dell’Elsa sotto il Rio e Molino delle Volpi, alla Girandola (al nuovo “traversante del Molino di Capo Cavallo”) e al Ponte del Molino, dell’Elsa a Brusciana, dell’Elsa in Carraia e Morette, delle Pratelle di Sopra e di Sotto, del Rio di Pagnana e Stella, dei Rii Romito e Mosca, del Rio di S. Maria a Cerbaiola, ecc. Vale la pena di ricordare la situazione denunciata nel 1859 dall’ingegnere comunale Pietro Maestrelli in relazione allo stato dell’argine sinistro del Canale Maestro che, a partire dal suo inizio in Arno, “si vede per lunghi tratti dissodato, lavorato e sementato, di fronte ai possessi dei signori Amedeo Del Vivo e Bertolli dal Terrafino”, condizione preoccupante per la stabilità e funzionalità del manufatto che andava senz’altro sanata non appena concluse le operazioni della mietitura.
Le antiche imposizioni vennero accorpate nell’Ufficio Centrale dei Consorzi Idraulici di Empoli nel 1875, in seguito alla legge per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia che dava facoltà ai proprietari interessati di costituire specifici consorzi idraulici (L. 20 marzo 1865, n. 2248, allegato F, integrata e modificata in materia di consorzi idraulici con le disposizioni della L. 3 luglio 1875, n. 2600).
Il 31 dicembre del 1875 tale ufficio (che aveva sede, allora come oggi, nell’edificio comunale di Empoli) promulgò un proprio regolamento con il quale si dotava di una propria struttura, con al vertice una Commissione Direttrice composta dai presidenti dei singoli consorzi idraulici, che aveva il compito “di dirigere e sorvegliare nel comune interesse le singole amministrazioni dei diversi Consorzi idraulici esistenti nel Comune”. Sempre alla Commissione spettava la nomina dell’ingegnere, incaricato di sorvegliare le condizioni dei corsi d’acqua consorziali al fine di verificarne lo stato di manutenzione e segnalare gli eventuali lavori di sistemazione necessari, nonché quella dell’esattore e del segretario; quest’ultimo, con mansioni di ragioniere e archivista, aveva il compito di convocare le assemblee della Commissione e delle singole Deputazioni e di redigerne i verbali, di predisporre i bilanci, tenere aggiornati i registri contabili, infine tenere in ordine e custodire in un apposito archivio tutta la documentazione prodotta dall’Ufficio Centrale e dai singoli consorzi (Benigni e De Gramatica, 1998, pp. 23-24; e Guarducci e Rombai, 1998, pp. 52-54).

Valdinievole e Padule di Fucecchio (1781- oggi). Dopo l’esecuzione di opere fondamentali per la bonifica e per la regimazione delle acque della Valdinievole, come l’abbattimento delle calle di Ponte a Cappiano e l’escavazione di numerosi fossi e canali, già tra il 1781 e il 1782, parve chiaro al granduca Pietro Leopoldo che nessuno dei singoli comuni o delle singole piccole province amministrative vicariali della valle era in grado di svolgere autonomamente le indispensabili funzioni di vigilanza e monitoraggio e di ordinaria manutenzione della zona umida e della pianura ivi gravitante. Proprio per tale consapevolezza, il sovrano decise di coinvolgere direttamente i proprietari fondiari nella cura delle operazioni idrauliche, e con rescritto del 22 maggio 1781 creò una prima grande Deputazione idraulica (Deputazione del Padule di Fucecchio) costituita dai rappresentanti delle cinque piccole “imposizioni” dei fiumi della Valdinievole, che veniva a dipendere dalla governativa Camera di Soprintendenza Comunitativa.
In cambio della loro partecipazione finanziaria, i deputati, avvalendosi almeno tra Sette e Ottocento della perizia di ben noti ingegneri granducali (come Giuseppe Salvetti, Francesco Bombicci, Salvatore Piccioli, Agostino Fortini, Giuseppe Manetti, Neri Zocchi, ecc.), e successivamente di altri valenti periti locali (come Luigi Masani, Alessandro Fortini, ecc.), acquisivano il potere di programmare ed eseguire i lavori occorrenti. L’esperienza della Deputazione non parve però esaltante, se è vero che essa venne sciolta il 6 maggio 1783; il 4 febbraio 1786 fu però sostituita da altro ente di tipo consortile misto pubblico/privato, denominato sempre Deputazione (o Consorzio) del Padule di Fucecchio, che, col tempo, si sarebbe rivelata in grado di appianare l’annosa conflittualità esistente fra le varie comunità e i numerosi proprietari fondiari della valle.
Per garantire l’equa ripartizione dei contributi consortili in base alla superficie dei terreni e alla destinazione d’uso (e quindi alla relativa stima del valore) del suolo, il ben noto ingegnere dell’Ufficio Fiumi e Fossi di Pisa, Francesco Bombicci, riuscì nel 1788 ad ultimare lo specifico catasto del Consorzio – detto Cartone –, peraltro già iniziato dal capo ingegnere granducale Giuseppe Salvetti; ma le decise opposizioni dei proprietari ai valori di stima dei terreni (ritenuti troppo elevati) valsero a bloccarne a lungo l’attivazione, precisamente fino all’approvazione da parte del vicario di Pescia fattane il 9 maggio 1792.
Sotto il Regno d’Etruria retto dai Borbone, istituito nel 1801, con legge del 13 ottobre (pubblicata il 7 novembre) 1803, si pose fine al decentramento gestionale, ponendo il Consorzio alle dirette dipendenze dello Stato. Tale assetto rimase invariato sul piano gestionale anche negli anni della dominazione napoleonica (1808-14), e persino con la Restaurazione lorenese; nel 1825, con la istituzione della Direzione Generale di Acque e Strade, l’amministrazione del Consorzio di Bonifica fu concessa al Direttore di tale nuovo ufficio centralizzato.
Con l’unificazione nazionale, una volta soppressi con decreto del 9 novembre 1862 il Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade e la rispettiva Direzione Generale, le attribuzioni di poteri di quest’ultima sul Consorzio furono trasferite alla Prefettura di Firenze con altro decreto del 3 aprile 1864.
Da allora, occorre attendere ancora un ventennio perché il Consorzio – col nome di Consorzio degli emissari del Padule di Fucecchio ancora oggi operante – venisse liberamente “ricostituito in forma moderna in base al nuovo statuto organico approvato con Decreto Reale del 9 gennaio 1887”.
E’ interessante sottolineare che la Deputazione fu allora stabilmente dotata della figura dell’Ingegnere che doveva far la visita annuale nel mese di giugno ai canali (Romby e Rombai, a cura di, 2004).

Valdarno di Sopra (1697-1769). Nell’ambito della sfera amministrativa della magistratura dei Capitani di Parte Guelfa, nel 1697 vennero costituite le Congregazioni del Valdarno di Sopra e del Valdarno di Sotto (inizialmente unico organismo).
La “Congregazione del Valdarno” era un organismo fondato dai deputati dei principali possidenti laici ed ecclesiastici del Valdarno di Sopra, con il compito di sorveglianza e gestione dei corsi d’acqua. Tale organismo operava “in delega” per conto dei Capitani di Parte e, in particolare, del Magistrato dei Fiumi. Al vertice della Congregazione era un Soprintendente, figura ricoperta dal cavalier Anton Vincenzo Bartolini dal 1735 al 1764 (anno della sua morte). Dal 1761 collaborò, in qualità di vicario, il senatore Antonio Serristori, uno dei maggiori possidenti della valle.
Dei sette rappresentanti laici che ne facevano parte, quattro appartenevano alle famiglie fra le più prestigiose e facoltose della nobiltà locale e fiorentina che possedevano vasti beni in Valdarno: i Medici, i Serristori, i Salviati e i Rinuccini. Tale fatto veniva annotato dal granduca Pietro Leopoldo nelle sue celebri Relazioni, denunciando quella commistione tra interesse pubblico e privato che era venuta a crearsi in seno alla deputazione e sottolineando che le grandi famiglie avevano trovato “il segreto di essere deputati perpetui e arbitri ed in conseguenza padroni non solo di tutto l’affare e dell’amministrazione del medesimo, ma anche della direzione ed esecuzione sul posto di quei lavori che facevano eseguire dai loro fattori, aggiunto quest’affare sotto la protezione del governo al magistrato della Parte come tutte le altre imposizioni” (1970, II, p. 152).
L’operazione principale che vide impegnata la Congregazione per un lunghissimo periodo, fin dal 1703, fu quella dell’incanalamento del fiume Arno, al fine di liberare definitivamente la vallata dai ristagni, dalle esondazioni e dalle tortuosità del corso d’acqua e renderlo quindi navigabile anche nel tratto a monte di Firenze; inoltre sarebbero stati messi a coltura terreni di indubbio valore produttivo.
Per tale lungo e complesso lavoro venne incaricato l’ingegnere Felice Innocenzio Ramponi che, l’11 aprile 1703, fu nominato “Perito Custode de’ fiumi del Valdarno di Sopra”, con provvisione di scudi 20 al mese, carica che manterrà fino alla sua morte avvenuta nel 1755. In quella data subentrò nell’incarico un altro celebre tecnico granducale, Antonio Falleri, che già lavorava come aiuto dal 1747.
Come primo atto la Congregazione ottenne il rinnovo di un concordato (fra la Diocesi di Fiesole, lo Scrittoio delle Possessioni e i possidenti laici locali) che impegnava tutti i possidenti del fondovalle nella ripartizione delle spese che il progetto di canalizzazione dell’Arno avrebbe comportato.
Per la prima visita generale, finalizzata ad eseguire le misurazioni e a definire la confinazione delle aree interessate, compiuta dal 6 all’8 novembre 1703, il Ramponi fu coadiuvato da Giovannozzo Giovannozzi, in qualità di perito facente parte dei Capitani di Parte; all’operazione erano presenti anche diversi membri della Congregazione. Nella relazione scaturita dalla visita si sottolineava l’importanza dell’operazione e si prevedeva la costruzione di un canale ove imbrigliare il fiume, grosso modo dal Ponte a Buriano fino all’Incisa, articolato per un tratto in diversi tronconi, che doveva restringersi ad imbuto gradatamente verso valle; la spesa prevista era dai ventimila ai trentamila scudi.
Il progetto fu realizzato nelle sue linee essenziali, ma comportò grossi problemi e numerose varianti rispetto al disegno originale e una spesa assai più ingente di quella preventivata (agli inizi degli anni ’30 il debito ammontava a ben 300.000 scudi!). L’operazione fu caratterizzata anche da una generale disorganicità che generò forti avversioni da parte dei piccoli proprietari locali e degli abitanti della zona, che denunciarono a più riprese l’evidente parzialità con cui si procedeva nei lavori, salvaguardando soprattutto gli interessi delle maggiori famiglie.
E’ sempre il granduca Pietro Leopoldo a denunciare, diversi anni dopo, che: “infiniti furono gli abusi e le prepotenze fatte da questa Congregazione, la quale consigliava sempre i più duri compensi per vessare i poveri e rendersi padroni dei loro terreni, ed i maneggiati delle dette quattro casate quali con i lavori fatti in Arno, le alluvioni, accrebbero moltissimo i loro fondi, con acquistare parecchi poderi e mulini, per i quali non hanno mai niente pagato in sgravio dell’imposizione”. Le critiche non risparmiarono poi il principale artefice di tutta la faccenda, il Ramponi, che aveva dominato per oltre 50 anni la scena in prima persona: egli (insieme al Soprintendente Bartolini) venne infatti accusato più volte di strapotere e di disonestà e di essersi oltremodo arricchito – come riporta senza mezzi termini lo stesso Granduca – con “le mangerie fatte nell’esecuzione dei lavori” (Ibidem).
Durante lo svolgimento dell’operazione furono eseguite numerose relazioni e perizie ed anche alcune mappe, soprattutto in occasione delle varianti (oggi conservate in ASF, Piante dei Capitani di Parte). Altri collaboratori del Ramponi furono Michele Gori (nel 1705, in qualità di aiuto ingegnere, anche lui facente parte della Magistratura dei Capitani di Parte); Sansone Pieri, che nel 1714 eseguì una pianta per dirimere una vertenza tra proprietari; Antonio Falleri (già citato) che redasse numerose relazioni e perizie corredate anche di disegni.
Periodicamente, venivano inviati sul posto tecnici dei Capitani di Parte, in qualità di supervisori del progetto: tra questi, ricordiamo le numerose visite di Raffaello Nardi, sottoprovveditore della Parte.
Intorno alla metà del Settecento intervennero nell’annosa questione dell’incanalamento dell’Arno due illustri personaggi, Giovanni Targioni Tozzetti e Ferdinando Morozzi: il primo con una memoria nella quale si sottolineavano i difetti dell’operazione, che sarà di fondamentale importanza per la relazione, corredata di disegni, presentata dal Morozzi allo Scrittoio delle Possessioni nel 1762 (pubblicata poi nel 1766 col titolo Dello stato antico e moderno del Fiume Arno), in cui si riformulava in maniera esplicita l’attacco alla canalizzazione eseguita e si proponevano nuovi rimedi.
Nel 1766, per risolvere la disastrosa situazione economico-amministrativa della Congregazione, venne radicalmente riorganizzato l’ente con l’obiettivo principale di impedire gli abusi e risanare i bilanci; le funzioni svolte dal Soprintendente (ruolo vacante dal 1764 dopo la morte del Bartolini) furono concentrate nella figura del Sottoprovveditore dei Capitani di Parte, nella persona del conte Orlando Del Benino, che all’inizio del 1767 ricevette l’incarico “pro interim” di Soprintendere alla Congregazione. Parallelamente, il nuovo sovrano Pietro Leopoldo istituì una Deputazione incaricata della revisione totale dell’Ufficio della Parte (composta da quattro auditori), che ebbe anche il compito di supervisionare “l’affare del Valdarno”.
Il primo passo fu una attenta visita generale condotta, nel marzo 1767, dall’ingegnere Giuseppe Salvetti, dal perito custode Falleri e da altri; allo stesso tempo furono controllati e inventariati tutti i documenti prodotti dalla Congregazione, nell’ottica di una vera e propria “inchiesta”, di fronte alla quale si scatenò la forte opposizione dei proprietari. Fu nominato come perito dell’indagine il Soprassindaco dell’Ufficio dei Nove, il cavaliere Giovan Battista Nelli, coadiuvato dagli ingegneri Francesco Bombicci e Giovanni Franceschi. Nel 1768 fu eseguita una Relazione corredata da una pianta generale e da una Descrizione dei terreni sottoposti all’Imposizione: tali materiali, costruiti sulla revisione dell’antico “cartone” e della documentazione precedente, costituivano ora la nuova base per le imposizioni del Valdarno di Sopra. Dall’inchiesta emerse a pieno la disastrosa e disonesta gestione della Congregazione.
Con l’editto del 22 giugno 1769, insieme alla plurisecolare Magistratura dei Capitani di Parte e ad altre istituzioni, fu soppressa anche la Congregazione del Valdarno di Sopra e fu istituita la Camera delle Comunità, luoghi pii, strade e fiumi.
La storia dell’Imposizione del Valdarno di Sopra si chiuse però definitivamente soltanto nel 1781, allorché il granduca, con un atto di grande clemenza, concesse una sorta di sanatoria ai proprietari che, a causa del forte debito contratto, rischiavano di perdere tutti i loro beni (Tartaro, 1989, pp. 6-60).

Produzione cartografica

Numerose sono le cartografie manoscritte prodotte fin dall’inizio del XVIII secolo, al fine di individuare i circondari di imposizione e i proprietari frontisti e contigui con i relativi oneri. Se ne elencano le principali

Consorzio del Padule di Fucecchio. Per il Consorzio del Padule di Fucecchio (che tuttora le conserva in parte nella sede di Ponte Buggianese e in parte nel Museo della Città e del Territorio di Monsummano Terme), le prime mappe parziali – alcune andate poi perdute – furono rilevate, tra il 1786 e il 1788, dal noto ingegnere granducale Francesco Bombicci, alla scala di 1:3000. Nel 1796, poi, lo stesso Bombicci provvide completare i rilevamenti, oltre che ad unire le diverse mappe parziali in più estese carte comprensoriali e anche in un’unica figura d’insieme (a scala più ridotta) dell’intero comprensorio palustre: queste rappresentazioni si qualificano come prodotti geometrici compiuti, e si limitano, invece, a prestare attenzione – nei comprensori sottoposti all’azione del Consorzio medesimo – alla rete delle infrastrutture viarie e idrauliche e al frazionamento particellare di cui si indicano accuratamente le superfici (nell’unità di misura del tempo, il quadrato, equivalente a 3406 metri quadri) e i proprietari, al fine di offrire all’ente i dati indispensabili per l’applicazione delle imposte.
Dagli anni Venti del XIX secolo, le vecchie figure manoscritte furono affiancate da altre mappe derivate per lucidatura dalle planimetrie del catasto particellare ferdinandeo leopoldino del 1817-32. Di certo, tale catasto granducale venne utilizzato a più riprese anche nella seconda metà di quello stesso secolo e persino all’inizio del Novecento, per costruire alcune raccolte di mappe d’imposizione (rilegate o meno in atlanti), previo aggiornamento dei contenuti topografici di maggiore rilievo come le nuove vie di comunicazione stradali e ferroviarie e i nuovi insediamenti realizzati dopo l’attivazione del 1832.
Pianta del Padule di Fucecchio e sue adiacenza, Francesco Bombicci ingegnere, 1796;
Mappa topografica della pianura aggiacente al Padule di Fucecchio nella Comunità di Montecatini, Francesco Bombicci ingegnere, 1786-88;
Mappa topografica della pianura prossima al Padule di Fucecchio sotto la via della Traversagna nella Comunità di Massa, Francesco Bombicci ingegnere, 1786-88;
Mappa topografica del Fiume Pescia di Pescia tronco superiore dalla Calla di Centoni al Villaggio di Ponte Buggianese, Francesco Bombicci ingegnere, 1786-88;
Mappa topografica della pianura aggiacente al Padule di Fucecchio nella Comunità delle Due Terre cioè di Monsummano e Monte Vetturini, di Francesco Bombicci ingegnere, 1786-88;
Mappa topografica della pianura aggiacente il Padule di Fucecchio nelle Comunità di Uzzano e Buggiano, di Francesco Bombicci ingegnere, 1786-88;
Mappa topografica del Padule di Fucecchio dal Fosso Traverso che è tra i due Canali Maestri dell’istesso Padule fino alle Calle e de’ terreni aggiacenti al medesimo parte dei quali resta nella Cmunità di Fucecchio e parte nella Comunità’ di Cerreto Guidi, Francesco Bombicci ingegnere, 1796;
Plantario dei beni sottoposti all’Imposizione del Fiume Pescia di Pescia a sinistra della corrente nelle Comunità di Pescia, Uzzano e Borgo a Buggiano, atlante di otto mappe alla scala di 1:2500, Giovanni Brunetti geometra, 20 giugno 1827.

Empolese. Le relazioni e le mappe redatte nella seconda metà del secolo XVIII e più ancora nel secolo successivo da tecnici al servizio delle varie imposizioni idrauliche dell’Empolese sono tuttora conservate ad Empoli presso il Comune, nell’Ufficio Consorzi Idraulici e Stradali di Empoli (UCIS).
Pianta del fiume Orme dalla via di Gricciano allo sbocco in Arno, Giovanni Filippo Ciocchi e Sansone Pieri, 28 maggio 1733 (copia dello stesso Ciocchi del 23 dicembre 1739);
Pianta dell’imposizione dell’Orme in spalla destra, Angelo Maria Mascagni, 25 febbraio 1752 (copia fatta da Francesco Bombicci nel 1764);
Cartone per l’imposizione destra dell’Orme posto nell’Empolese, Francesco Magnelli, metà del sec. XVIII;
Pianta del perimetro della imposizione dell’Orme spalla sinistra, metà del sec. XIX, scala 1:2500;
Pianta delle due imposizioni a sinistra del Fiume Arno inferiormente a Empoli dette Sotto il Mulino del Sale e di Riottoli, 1795;
Cartone per l’imposizione dell’Arno alla Moretta, Luigi Martini ing., 20 aprile 1818;
Cartone per l’imposizione dell’Elsa sotto il Rio delle Volpi, Luigi Martini ing., 20 aprile 1818;
Cartone per l’imposizione dell’Elsa in Carraja e Moretta riunite, Luigi Martini ing., 20 aprile 1818;
Cartone dell’imposizione dell’Elsa alle porte del mulino Orlandini, Prospero Badalassi e Luigi Martini ingegneri, 1 settembre 1820;
Pianta geometrica dimostrativa le … Beni in Comunità di Empoli soggetti all’Imposizione del Fiume Elsa sotto il Rio delle Volpi espropriati per la costruzione delle nuove vie provinciali che dalla R. Pisana conducono al nuovo ponte sull’Arno della Motta, Pasquale Martini ing., 31 maggio 1848;
Cartone dell’imposizione d’Arno Vecchio, Graziano Capaccioli, 16 marzo 1824;
Imposizione dei rii Romito e Mosca, inizio del sec. XIX;
Pianta dei terreni compresi nelle imposizioni riunite dei fossi di Vitiana e Pagnana, Marco Moretti ing., 1804;
Pianta del circondario del torrente Piovola, 1810;
Consorzio del torrente Piovola, metà del sec. XIX, scala 1:5000;
Atlante “dei terreni sommersi”, 1844 circa (terreni sommersi dall’Arno durante la piena del 3 novembre 1844), scala 1:20.000;
Pianta geometrica dimostrativa le volture dei beni in Comunità di Empoli soggetti all’Imposizione del Rio del Saettino e Rio di Mezzo espropriati ai qui appresso notati possidenti per la costruzione delle nuove vie provinciali che dalla strada regia Pisana conducono al nuovo ponte sull’Arno detto al passo della Motta, Pasquale Martini ing., 18 maggio 1848;
Cartone dell’imposizione del Rio dei Cappuccini, Pietro Rossini e Domenico Tofanari ingegneri, 1831, 1:2500;
Mappa topografica del perimetro della imposizione dell’Orme spalla destra, 1840-50, scala 1:2500;
Atlante della imposizione straordinaria dell’Arno a Riottoli e Pagnana, Pietro Maestrelli ing., 18 marzo 1879, 1:5000;
Mappa catastale del consorzio dal Rio di S. Maria a Cerbaiola, Paolo Del Vivo ing., 30 settembre 1878;
Pianta dell’imposizione dell’Elsa alla Girandola, seconda metà del sec. XIX, scala 1:2500;
Due lucidi relativi al consorzio del Rio di S. Anna e del Terrafino, seconda metà del sec. XIX, scala 1:2500;
Atlante delle Imposizioni Idrauliche dei Comuni di Montelupo ed Empoli. Consorzio delle Pratelle di Sopra e di Sotto, seconda metà del sec. XIX, scala 1.2500.

Ombrone Pistoiese. Mappa manoscritta della pianura pistoiese con l’Ombrone da canalizzare, 1714 (Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, Ms. E.401.8).

Operatori

Pietro Pietrini professore idraulico pistoiese (1821); Marco Gamberai ingegnere pistoiese (1822); Giovanni Brunetti (1827); Francesco Bombicci (1764-96); Giovanni Filippo Ciocchi (1733-1739), Sansone Pieri (1715-33), Angelo Maria Mascagni (1752), Francesco Magnelli (metà XVIII sec.), Vincenzo Campani (1801), Marco Moretti (1804), Prospero Badalassi (1820), Luigi Martini (1818-1820), Graziano Capaccioli (1824), Pietro Rossini (1831), Domenico Tofanari (1831), Pasquale Martini (1848), Giulio Marzocchi (anni ’50-’60 del XIX sec.), Paolo Del Vivo (1878), Pietro Maestrelli (1879); Felice Innocenzio Ramponi (“Perito custode” 1703-1755); Giovannozzo Giovannozzi (1703); Michele Gori (1705); Raffaello Nardi (1705 ca., sottoprovveditore della parte); Antonio Falleri (aiuto dal 1747 al 1755 e “Perito custode” dal 1755); Giuseppe Salvetti (1767); ingegneri Francesco Bombicci e Giovanni Franceschi (periti esterni, 1767).

Riferimenti bibliografici e archivistici

Benigni e de Grammatica, 1998; Bigazzi, Grazi e Giulianelli, 1985; Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1970, II; Romby, 1984, 1988, 1999; Guarducci e Rombai, 1998; Rombai, 1989, p. 170; Tartaro, 1989; Romby e Rombai, a cura di, 2004. BFP, Ms. E.401.8, Corso dell’Ombrone, 1714; ASF, Pratica Segreta di Pistoia, 793, Allargamento d’Ombrone, 8 giugno 1763; ASF, Capitani di Parte Guelfa, filze varie; ACIO, specialmente buste Ombrone 51-52, con documenti anni 1777-1797; busta Ombrone 60, con la memoria di Pietro Pietrini, Relazione per i lavori delle serre o chiuse al torrente Ombrone e ai suoi maggiori affluenti, 1821, e la memoria di Alessandro Manetti Relazione sopra un sistema di serre da stabilirsi nel territorio pistoiese attraverso all’Ombrone e principali suoi influenti, 1 agosto 1822. Più in generale cfr. UCIS e ACBPF.

Anna Guarducci (Siena)


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