Nicolosi, Giovan Battista

Giovan Battista Nicolosi
N. Paternò 7 ottobre 1610
M. 10 gennaio 1670

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Sacerdote, insegnante di Geografia come istitutore in case principesche, diplomatico.

Biografia:

Produzione scientifica:
Ordinato Sacerdote, si trasferì a Roma, dove svolse prevalentemente la sua attività scientifica e didattica. Insegnò geografia come istitutore in case principesche e ai fini del suo magistero pubblicò dapprima una Teorica del globo terrestre (1642), che é un piccolo trattato di geografia matematica, lacunoso e imperfetto come accade un po’ a tutti gli scritti giovanili, e da ultimo una Guida allo studio geografico (1662), breve trattazione di cosmografia e cartografia. Entrambe le opere riflettono una chiara impostazione tolemaica e la seconda doveva valere come introduzione alla maggiore, se pure incompleta fatica dell’A., data alle stampe precedentemente (1660), dal titolo Dell’Hercole e Studio geografico. Composta di 22 carte con testo esplicativo, per l’enorme successo avuto essa fu ristampata postuma (1670) in latino, entrando a pieno titolo nel circuito culturale europeo.
Altre carte geografiche e globi il N. disegnò su commissione di Propaganda Fide e della famiglia Borghese, presso cui fu precettore per vari anni. Eruditissimo, poliglotta, instancabile lavoratore, dovette occuparsi anche di arte militare, di fortificazioni e di eserciti, argomenti cui dedicò parecchi scritti. Ma essi, come altre ricerche, studi ed opere letterario-teatrali, non videro mai la luce, si pensa a causa della morte relativamente prematura.
Tra gli autografi che si conservano nella Biblioteca Casanatense di Roma vi sono i Ragguagli di un viaggio in Germania, sotto il cui titolo sono raggruppate 20 lettere scritte al cardinale Rinaldo d’Este, duca di Modena, in cui il N. descrive il viaggio fatto come accompagnatore del Principe Massimiliano di Baden. Invece nel Ms. 674, composto di 304 fogli cartacei, corrispondenti a circa 600 pagine di testo, sono raccolti con il titolo recente di Miscellanea di opere geografiche altri suoi scritti inediti, redatti parte in lingua spagnola, parte in italiano, attinenti alcuni alle coste e a varie regioni della Spagna, altri alle coste adriatiche e ioniche della penisola balcanica, altri ancora a stati e staterelli italiani.
Tra questi ultimi lavori assumono particolare rilievo una Descrizione Geografica del Regno di Napoli, cui riserveremo un particolare commento.
Suscita ancora qualche perplessità se non imbarazzo discorrere di un autore forse troppo celebrato in vita (ma anche troppo dimenticato dopo la morte), soprattutto per la ragione che egli, in un’epoca in cui la teoria copernicana faceva sentire già le sue superiori ragioni, abbracciò – apparentemente intitubante – quella tolemaica. Certamente, l’adesione al sistema cosmografico tradizionale ha finito per condizionare in negativo il giudizio dei posteri anche sul contributo più squisitamente geografico che il N. seppe dare (da ultimo, sul versante cartografico, cfr. VALERIO, 1993, pp. 66-67, note 104 e 111).
Ma se ciò è esatto specie per l’epoca immediatamente successiva, io credo che la ragione vera per cui il nome di questo “reprobo” è rimasto nel dimenticatoio, a parte i tentativi campanilistici di riesumazione, risiede nel fatto che gran parte della sua opera resta ancora sconosciuta, non avendo superato lo stato di manoscritto.
Dispiace pertanto annotare che anche in epoca recentissima il nome del N. venga “saltato” a piè pari, quasi non facesse parte della storia, in due contributi pur ricchi di chiavi interpretative nuove e di felici spunti sulla storia della cartografia e delle conoscenze geografiche (QUAINI,1976, pp. 5-24; TUCCI, 1973, pp. 47-85). Purtroppo la passione ideologica, da qualsiasi banda provenga, comporta – sembra quasi ineluttabilmente – delle forzature interpretative e delle connesse dimenticanze, per cui, deposte le necessarie cautele dello storicismo, ci si arroga il diritto di selezionare a posteriori i nomi determinanti per quella che si vuole la sola storia vera e progressiva.
Il Nostro é rimasto forse vittima di un teorema vizioso (non interessa leggere i suoi inediti perché, tanto, é un retrivo...), per cui non deve esser lecito a nessuno “confinarlo” prima di aver conosciuto i suoi manoscritti. Forti di tale consapevolezza, ci sforzeremo di non cadere nella trappola di separare artificiosamente meriti e demeriti del N., ma cercheremo di darne un profilo unitario e per quando possibile spassionato, in base a quello che è già noto nonché ai nuovi elementi di valutazione emersi da una recente trascrizione fatta, da P. Cantalupo, della Descrittione Geografica del Regno di Napoli (Aversano e Cantalupo, 1987, pp. 413-439), e alle ricerche di Valerio (1993, pp. 63-67).
Il N. é uomo del suo tempo e, date le particolari circostanze della vita e degli uffici che dovette svolgere, non dobbiamo arrossire per quelli che ci sembrano limiti gravi del suo operato e del suo universo mentale, pretendendo che potesse essere altro da quello che realmente fu.
Conviene subito sbarazzarsi, allora, di quella palla al piede che è il suo tolemaicismo. Dire che era un religioso (per ordinazione sacerdotale, ma non meno dell’intimo), ruotante inoltre attorno alla corte pontificia e al potere dell’epoca, o che fu un eccezionale insegnante educatore in tempi in cui gli Otto volumi di Tolomeo, dopo quindici secoli, continuavano a costituire i fondamentali libri di testo in materia geografica, è il minimo di giustizia che gli si possa rendere, non per trovargli delle attenuanti, ma per dovere di storicizzare i personaggi del passato anche nel loro «vissuto» quotidiano. Sia chiaro, non si può ascrivere a merito del cosmografo il suo atteggiamento, ma va tenuto presente che dal punto di vista della geocartografia, da lui praticata, professare il copernicanesimo o il tolemaicismo astronomico era pressoché ininfluente.
Che esista una netta separazione fra geografia e astronomia, il N. ci tiene a sottolinearlo presentando la seconda parte dell’Hercole: «Nella seconda si considera l’istessa Terra secondo la formalità, e la distribuzione, che le ha dato l’Intendimento, e Discorso Humano, restringendo in pochi problemi, e brevissimo discorso tutta la speculazione della Geografia; senza uscire dalla circonferenza de’ principj della medesima: e perciò in questo luogo quegli assiomi, quelle Dottrine, che il Geografo suole pigliare dall’Astronomia, solamente si suppongono (non si dimostrano); già che a questo bisogno supplisce bastamente la Teorica del Globo Terrestre; la quale, piacendo a Dio, si ristamparà accresciuta, et riordinata dal medesimo Autore» (riporto da DI MATTEO, 1977, pp. 56-7). Insistere sui limiti delle discipline è, a mio parere, uno dei tanti segnali (ne vedremo altri) attraverso cui questo prelato dalle mani legate lasciava intendere le sue autentiche profonde convinzioni. E chissà che nella preventiva ma non realizzata ristampa della Teorica l’A. non avrebbe avuto 1’ardire di spingersi oltre!
Di fatto, inoltre, accettando egli col necessario spirito critico e traducendo nelle sue opere cartografiche e descrittive le nuove informazioni che navigatori e viaggiatori riportavano (si noti che ebbe, per converso, parole di rampogna verso coloro che tenevano nascoste le loro scoperte, consapevole che il sapere deve essere patrimonio di tutti) mostrava di essere proiettato più di quanto non si pensi verso il futuro, di aver interiorizzato la fondamentale veste umanistica dell’homo faber (accetta infatti l’influsso degli astri per la parte biologica, non per quella spirituale dell’uomo), restituendo sul piano pratico il mal tolto su quello dei “massimi sistemi”.
Alla metà del Seicento, com’è noto, era vivo il problema tipicamente rinascimentale di accordare la teoria con la pratica, l’astrazione e la sistemazione da tavolino coi risultati dell’osservazione diretta, la «mente» con la «vista». Sul versante geocartografico la soluzione non poteva essere elusa o rinviata, visto che i soli committenti di rappresentazioni-descrittive del territorio erano i detentori del potere politico o religioso, pressantemente interessati ad avere prodotti sempre più affidabili e aggiornati. Proprio su questo piano il N. acquisì dei meriti, cui non era estranea la conoscenza (anzi l’adorazione) di Tolomeo per quello che rappresentava, in senso progressivo, sul piano cartografico: una sicura base matematica e astronomica per scientifizzare la cartografia empirica. Ma di ciò a fra poco.
Per concludere sull’argomento cosmografico, non dimentichiamo che il geografo siciliano era comunque un ammiratore dell’opera rivoluzionaria che proprio in quegli anni il Galilei andava compiendo nel campo degli studi astronomici, come risulta da una lettera diretta al conte di Navailles, che è poi un trattatello (Breve ristretto del pensiero del Signor Galileo Galilei intorno al flusso, et reflusso del Mare). In proposito è lecito condividere il parere del Savasta: «Qui il Nicolosi segue puramente e semplicemente le teorie copernicane, benché non come tesi ma come ipotesi [...] Ma [...] lo fa con sennate parole che mostrano il suo attaccamento alla Chiesa e il suo amore alla scienza; moderazione, la quale non influì forse meno al trionfo della verità di quel ch’abbia fatto la virulenza scusabile del sommo Astronomo» (SAVASTA, 1898, p. 93).
Ma a parte il forzoso escamotage del verbo «suppongo» al posto di «affermo», attraverso cui ci giunge chiaro il messaggio nicolosiano altrimenti inconfessabile, c’è di più: egli non tralasciò di studiare le opere del Galilei e, anzi, di una di esse (il cosiddetto Trattato della Sfera) diede una trascrizione manoscritta prima ancora che fosse ufficialmente dato alle stampe, trascrizione che fra l’altro si rivelò utile per una edizione delle opere di quello scienziato uscita dal 1891 (SAVASTA, 1898, p. 125). Sulla effettiva mano che ha stilato il testo galileiano bisognerebbe comunque indagare per accertare se questa «presenza» non si debba a qualcuno che, mosso da caritevoli intenti, abbia voluto predisporre per i posteri dei contrappesi al tolemaicismo del Nostro. Ci sarebbe anche da indagare se fra le argomentazioni a sostegno della necessità di collocare il nord in alto sulle carte (cfr. Lettere al Duca di Bracciano Paolo Orsini del 24 giugno 1648) non ci sia un’implicita ma riconosciuta – e non solo supposta – accettazione del moto di rotazione terrestre.
Si è già detto del problema, teorico e applicativo, esistente a metà del XVII secolo ma posto sul tappeto dalla cultura umanistica, della conciliazione fra speculazione teorica e osservazione empirica. Orbene, si può affermare che, per naturale versatilità e per la particolare biografia prodotta dai tempi e dalle circostanze, il N. rappresentò complessa sintesi del «corografo umanista» alla Leandro Alberti e del «cartografo ufficiale di Stato» tipo Magini.
Anzi si potrebbe sostenere che il N. sia stato qualcosa di più che il semplice risultato intermedio di una dialettica che, attraverso l’esperienza illuministica mirata a risolvere problemi della società civile e della «felicità pubblica» e il tentativo ottocentesco di appianare finalmente il contrasto fra la geografia dotta e quella empirica, si protrarrà fin quasi ai nostri giorni. Egli ci ha messo del suo, passando non inerte attraverso questa problematica e dando una spinta originale e progressiva. Mi pare cioè che il principio di far precedere insieme teoria e pratica abbia anche un risvolto moderno, nel senso che il N. non cercò solo di assorbire il nuovo delle vecchie teorie, ma anche di organizzare in sistema inedito la messe delle acquisizioni fatte.
Senza dubbio, quando si guarda a questa biografia, a questa personalità ligia al “sistema”, al contenuto di alcuni suoi scritti, sembra di trovare la conferma delle motivazioni che hanno alimentato le polemiche degli anni ‘70 del secolo scorso sulla «Geografia degli Stati maggiori e dei professori». All’origine di tali polemiche, com’è noto, ci fu tutto un nuovo modo di far geografia, che si espresse in una ricca letteratura e precisi punti di riferimento (mi limito, in proposito, a segnalare: LACOSTE, 1977. Si veda anche il n. 0 della rivista Hérodote Italia, filiazione italiana della omonima rivista francese, della Bertani Ed., Verona, 1978, e i successivi numeri).
Uno che disegna carte su committenza di regnanti (affrettandosi a finire il prodotto in occasione di operazioni belliche), di papi (per svolgere opera missionaria in paesi lontani), che più volte dichiara esplicitamente il fine militare del suo lavoro (fra i tanti esempi, basti ricordare che, nella dedica della Descrittione del Regno di Napoli, egli offre le sue tavole commentate «representanti il detto Regno nella qualità di come possa essere offeso, et difeso estrinsicamente, ed intrinsicamente»), che privilegia certe informazioni utili alla difesa, all’ordine interno, al prelievo fiscale, alla religione (intesa «in temporalibus» più che in «spiritualibus»), che compone volumi sull’arte militare o descrive con accuratezza gli equilibri politici e di forza fra i vari stati europei, pare riassumere in sé tutto quanto di male ancora si afferma su certe istituzioni (multinazionali, gerarchie militari, cattedre universitarie, ecc.).
Il fatto è che, se non fosse esistita quella geografia, con tutti i suoi limiti e le sue compromissioni, non ci sarebbe stato forse più niente su quell’orizzonte ed oggi non avremmo neppure con chi prendercela, giustamente o ingiustamente che sia. A volersi disporre secondo certe angolazioni polemiche, il discorso sarebbe già chiuso. Si ha invece il dovere di capire, sforzandosi affinché la critica del passato non sia sterile. E, per restare al N., anziché accusarlo soltanto, sarà più utile scoprire come abbia cercato di risolvere il problema, ancor oggi scottante per chi fa professione di geografo, del rapporto col potere e con la società degli uomini, quindi dei limiti ed utilità della geografia. La mia impressione, confortata anche dalla sua solo apparentemente granitica tolemaicità, è che egli abbia cercato di sfruttare tutti i margini di libertà, pur esigui, consentitigli dal contesto culturale e dalla posizione di precettore, geocartografo di Stato, diplomatico, prelato, scienziato ufficiale.
Egli vuole offrire, col suo prodotto grafico e descrittivo, «Notitie opportunissime in un Conseglio di guerra (e di Stato) per tirare conseguenze fondate, et per fare provisioni bene accertate», ma ci tiene pure a dire che queste conclusioni non è il geografico a doverle trarre. Più oltre, infatti, si legge: «Tanto sia detto per quello, che della difesa del Regno di Napoli si contiene dentro la Sfera della Geografia (Tirare cento altre affini et importanti conseguenze è carico di chi preside, et di coloro che attendono al governo». Come dire che il geografo può pure rispondere a una ben precisa e finalizzata committenza, ma il suo compito è nettamente separato (anche eticamente: quanto i biografi riportano sull’animo mite e la religiosità del Nostro autorizza a supporlo) da quello degli strateghi, amministratori o responsabili della cosa pubblica.
Ma c’è un altro aspetto che bisognerà mettere in conto quando, anche con tutta la buona fede, si condanna “l’occhio del potere”: la paurosa ignoranza di aggiornate cognizioni territoriali, che sembra quasi una costante nel tempo. Per il XVII secolo se ne ha piena conferma scorrendo la Descrittione geografica del Regno di Napoli, che è un assemblaggio di notizie faticosamente raccolte – lo si avverte – e ben lontane dal constituire un discorso organico, un quando completo e ragionato della geografia viceregnale e provinciale.
È sconcertante anzi rilevare che della carta, presumibilmente maginiana o del Cartaro, della provincia di Bari mandata in schizzo agli informatori periferici, il Nostro ignora cosa siano oggetti geografici segnati in rosso e (madornale!) non conosce l’esistenza delle Murge, o, meglio, non sa a chi credere: se a certe figurazioni riportanti «un ramo del Monte Appennino» snodantesi dai confini della Basilicata fino alla Terra d’Otranto o alla pur diffusa opinione che in quella provincia non ci sono montagne. Alla ignoranza delle fattezze continentali del territorio faceva contrappunto la povertà di conoscenze della nautica mediterranea, cartografica e portolanica: è lo stesso autore a dichiararlo, quasi come alibi al suo scarso contributo scientifico a riguardo.
Anche all’attuale si riconosce la disinformazione della «geografia dei professori». Se questo è vero, la connivenza anche inconscia col potere è un’accusa almeno parzialmente contraddittoria. Più verosimile è forse che lo sforzo di chi produce conoscenza è un valore che va al di là di una visione dei rapporti umani limitata alla dialettica sfruttatori-sfruttati, rispondendo a bisogni più profondi e in parte disinteressati dell’essere umano (esclusi gli uffici-studio di certe società o simili). Se il N. e tanti altri hanno avuto a disposizione un canale obbligato per far progredire il sapere, perché mai giustiziarli soltanto e non considerarli almeno per gli apporti positivi forniti?
In tale ottica è apprezzabile, se non altro perché ha fatto testo per il futuro (costituendo ancor oggi fondamento metodologico del fare e dell’insegnare geografia), l’abbinamento nicolosiano fra descrizione esplicativa e rappresentazione cartografica. Anche la triplice distinzione della nostra disciplina in matematica, fisica e politica risale al N., quanto meno in termini di consolidamento di opzioni precedenti. Egli costituì infatti una presenza attiva, un vero centro di raccolta, selezione critica, rielaborazione e divulgazione delle conoscenze più varie, bisognevoli talvolta di severo controllo critico.
Ne fa fede l’escogitazione del meridiano mobile, un sistema per l’immediata individuazione dei luoghi nulle carte di qualsiasi scala, che resta valido nella sostanza e universalmente accettato in tutti gli atlanti attuali (vedi oltre per approfondimenti); e così pure il perfezionamento in senso policonico della proiezione globulare (all’epoca già adottata), realizzato attraverso l’introduzione di paralleli circolari, sì da attenuare le deformazioni del disegno dovute alla traduzione in piano della superficie terrestre che è sferica (DI MATTEO, 1977, p. 59). Della effettiva validità di tale modifica tecnica fanno fede le opere di geografi successivi anche rinomati, che si servono della proiezione globulare del N., come i francesi Pietro Duval e Guglielmo de l’Isle, nonché l’inglese Arrow Smith.
Queste novità possono sembrare poca cosa solo a chi non ha senso della storia e del faticoso cammino della scienza, ma se rapportate ai tempi assumono una rilevanza ben più pregnante.
L’analisi dal punto di vista geografico della Descrittione del Regno di Napoli e della parte speciale dedicata al Principato Citra, come si può desumere dal commento più segnatamente filologico che segue, sembra confermare positivamente le valutazioni e le impressioni fin qui esposte, consentendo ulteriori riflessioni. Dalla lettura non ho ricavato la conclusione che si tratti di un discorso consequenziale ed organico, sia perché siamo in presenza di un lavoro incompleto nonostante le tre mani successive, sia perché i manoscritti sono stati raccolti disordinatamente. Un indirizzo espositivo si riesce comunque a ricavare e, con esso, il funzionamento del laboratorio mentale e pratico del Nicolosi.
La Descrittione copre larga parte dello scritto discorsivo riportato alle stampe da chi scrive e dal Cantalupo (1987) e, nei limiti già annotati, contiene tuttavia non pochi elementi conoscitivi, offrendo anche alcuni spunti interessanti. Viene ripetuto, intanto, quel luogo comune – che ha tanto pesato sulla comprensione realistica della questione meridionale e contro cui si scagliò Giustino Fortunato – di un reame baciato dalla natura ed invidiabile per estensione, clima e suoli, tanto da produrre «da per tutto [eccellentemente] e in abbondanza, grazie anche a molti ed eccellenti abitanti». Ma pure in questo caso occorre segnalare come apprezzabile cautela di uno spirito critico che talora sa anche fare a meno dell’iperbole seicentesca per non mancare di rispetto alla verità, il particolare attinente alle conclusioni: prima esse sono tratte partendo da quelle premesse («e perciò è ricchissimo») e poi ritirate dal testo.
Poco è concesso alla geografia fisica, che sembra anzi quasi ignorata (due righe per dire che esiste l’Appennino con molti fiumi piccoli e grandi sfocianti nei mari Inferiore, Superiore e Ionio), mentre sono riportate con precisione: distanze fra vari punti, stati confinanti, divisione amministrativa, massimi organi giudiziari, numero di città, terre e castelli (quasi tutte feudali, poche regie, avverte l’A.), di chiese cattedrali, di vescovadi e arcivescovadi fondati appena da un secolo, con molti dettagli sulle entrate fiscali ordinarie e straordinarie pagate alla Regia Corte o sulla struttura burocratico-amministrativa. Se ne ricava uno spaccato della società tale che, nella dialettica regnanti-baroni-popolo è quest’ultimo a soccombere già solo in termini fiscali, giacché le cosiddette terre franche sono esenti da tributi solo per i feudatari, i quali – dice il N. con un pizzico di risentimento non saprei se più democratico o lealista – «se l’appropriano» e «l’esiggono, come di propria ragione per l’arbitrio che hanno... ».
Aggiornati appaiono i dati sulla popolazione che il N. ebbe forse modo di conoscere prima che fossero ufficialmente pubblicati (in totale 3.000.000 di regnicoli), decimata dopo la peste del 1656 di più di una quinta parte, di cui 200.000 morti solo nella capitale (e casali), che annoverava in precedenza 600.000 anime. Come arricchimento del dibattito sul rapporto fuochi/abitanti e sul «moltiplicatore» da scegliere, si può calcolare, dai dati offerti dal N., che il fuoco era costituito da circa 5 anime.
La massa delle informazioni si completa, sul piano esclusivamente militare, col numero di fanti e cavalieri (60.000 esentasse!), quindi delle fortezze reali concentrate sull’Adriatico, delle torri costiere, dei porti ricettivi di armata navale (equamente distribuiti fra il Tirreno e gli altri due mari), con la consistenza del presidio ordinario e il numero di legni. Brevi righe sono concesse, infine, alle quattro strade reali che dallo Stato della Chiesa immettevano nel Regno di Napoli e a quella che da Francavilla [Fontana] porta a Napoli: la descrizione ha alcunché degli itineraria adnotata romani, informando sulle tappe successive (coi tempi di percorrenza), sulla grandezza dei centri attraversati, sulla presenza di osterie, alberghi, stalle, ecc. Schematizzato come un grafo è il percorso del procaccio «da Napoli a Civita di Chieti, e l’Aquila», che attendeva forse di essere stilato nella stessa forma discorsiva dei precedenti itinerari. Nel ms. della Casanatense tali descrizioni, pur succinte, sono forse presenti per tutte le strade principali del Regno, per cui sarebbe interessante riportarle alla luce.
La restante parte della trascrizione fatta dal Cantalupo riguarda l’esplicazione dei criteri con cui il N. ha cartografato il reame e una serie di istruzioni agli informatori periferici (presidi di provincia, vescovi, persone dotte, ecc.) circa i dati che gli devono fornire, il tutto inframezzato da circonvoluti e untuosi – ma tipicamente seicenteschi – atti di omaggio ai committenti. È qui che si accenna anche a carte nautiche fatte per mostrare «tutte le corse marittime fatibili da squadre navali a favore, et contra», in un momento in cui era ripreso il conflitto franco-spagnolo dopo il trattato di Westfalia del 1648 (VALERIO, 1993, p. 64). Vi si esemplifica anche l’uso del meridiano mobile, la cui invenzione – è da supporre – fu stimolata forse dalle necessità pratiche di quella guerra.
Le istruzioni, in realtà, ribadiscono i criteri di esecuzione che si ricavano dall’esame delle cose realizzate dal geografo paternese, ma aggiungendo particolari di una certa importanza. La base del lavoro, come ragionevolmente si presume, dovette essere la carta del Magini (o forse del Cartaro), inviata probabilmente in schizzo agli informatori. Il N. desiderava che essa fosse migliorata o rettificata con il riporto grafico dei siti o (quando i corrispondenti non erano pratici di disegno) con l’indicazione delle miglia intercorrenti fra l’uno e l’altro abitato, utilizzando simboli particolari (ancora oggi in uso, magari con significato diverso) per città murate, abbazie e castelli, indicando le abbazie nullius, scogli, isolotti, torri, distanze dei vari luoghi dalla cita cattedrale, strade battute dai procacci, distanza delle «poste» e delle città principali fra loro, porti, loro commercio, «bandiere» delle navi che li frequentavano. Rendendosi conto delle difficoltà dei suoi interlocutori per esaudire in tempi brevi tutti i suoi desiderata, il geografo insiste sull’esigenza primaria della localizzazione degli oggetti geografici, punto sul quale attende pronta risposta.
A tal proposito il N. non precisa se le distanze siano da considerare in linea d’aria o per strada, ma si dimostra fiducioso che 1’incastro creato dalla posizione di ciascun abitato denunci automaticamente gli eventuali errori. Se si pensa che il problema fu anche quello di conciliare, nel suo reticolato, posizione relativa e posizione astronomica dei luoghi, si ha l’idea di quali difficoltà tecniche egli dovette superare. Non si può, quindi, disconoscergli rigore scientifico e spirito moderno nel porre come pregiudiziale il dato localizzativo, ancora ritenuto essenziale nella geografia moderna, perché implicito nel principio di osservazione. Che le esigenze militari (tiro d’artiglieria, trasferimenti delle truppe da luogo a luogo, ecc.) abbiano indotto il Nostro a tanto sforzo di precisione non gli toglie certo meriti.
Fra l’altro, il N. non manca di chiedere una breve illustrazione sulla «singolarità» dei luoghi, dandone qualche esemplificazione, del tipo di quelle ben più articolate descrizioni dei centri dell’Isola e Regno di Sicilia che si possono leggere nell’appendice al volume del Di Matteo (1977, pp. 94-104). Qui le concessioni storico-antiquarie sono parecchie (non manca mai il nome latino dei centri, quando noto), ma è anche implicito il criterio idiografico cui si è ispirata tutta la geografia regionale fino ai nostri giorni. Sarebbe interessante studiare più a fondo quanto questi prototipi descrittivi abbiano fatto testo in seguito, specie nelle voci di certi dizionari (Sacco, Giustiniani, ecc.), arrivando alle enciclopedie moderne.
Non si può tacere, infine, una richiesta informativa riguardante i fondi rustici: si accerti chi è il possidente, quale «la distanza dalla Città, o Terra del suo Territorio, con notarvi di quelli si può sapere se il feudo consiste nel puro terreno fruttifero, overo vi è habitazione, o Casale». E certo, dunque, che se il N. avesse potuto completare la sua opera, avremmo avuto un quadro preciso di tutti i centri o nuclei abitati nel regno, nonché della distribuzione della popolazione, compreso lo stato di vitalità di alcuni insediamenti successivamente scomparsi.
Per quantità e qualità di informazioni, la parte descrittiva della relazione sul Principato Citra è abbastanza deludente, riducendosi a una ventina di righe, in cui schematicamente si annotano i confini, fiumi principali (solo il Battipaglia, cioè l’attuale Tusciano, e il Selo), monti (limitati a quelli di Postiglione e di Capaccio), populationi (= centri), con l’elenco delle sedi arcivescovili e vescovili, fortezze, torri alla marina, fuochi al 1669 e relative entrate fiscali, diversi introiti per adoa e arrendamento dei baroni, per affitti di passi, estrazioni di botti ed altri legnami. Notizie succintissime, come si vede, a prevalente carattere militare, fiscale e religioso. È invece assai interessante, come più diffusamente si metterà in rilievo nel Commento che segue, l’elenco delle località, con le coordinate, 1’indicazione dei fuochi al 1595 e al 1669 e tutta una serie di altre informazioni relative a vescovadi, tipi di giurisdizione, torri, fiumi, capi, golfi, porti, ripari, isolotti.
A margine sono segnati i casati cui erano infeudati i luoghi, un dato assai utile per capire la storia e la geografia dei centri, ma che i geografi hanno in genere sottovalutato, privilegiando statistiche demografiche e attività economiche caratterizzanti. Quanto invece sia stata condizionante per l’organizzazione del territorio la presenza feudale lo dimostra, per il nostro principato, il fatto che ben 149 località su 250 (il 60% circa) sono sotto la giurisdizione di un barone.
Assai apprezzabile è anche la deliberata scelta del N. di riportare più trascrizioni toponomastiche dello stesso insediamento (es.: Rutino, o Rotino; S. Arseri, o S. Arziero; S. Mango Pedimonte di Salerno, o S. Mango Pimonte prope Salernum) per consentirne la più esatta identificazione. In tempi in cui si era passati dall’elencazione fatta per ordine geografico a quella alfabetica, si poteva ancora più facilmente incorrere in errore, confondendo sedi umane diverse, ma fra loco somiglianti nei nomi. Errori simili, purtroppo, ancor oggi è dato riscontrare presso studiosi che li ripetono acriticamente dalle fonti, per nulla preoccupati dalla precisione ubicativa, come se la verità storica potesse prescindere da quella topografica e topologica: la pignoleria nicolosiana è un esempio quanto mai educativo a riguardo.
È lecito attendersi, quindi, un notevole contributo alla toponomastica, una volta che saranno rese a stampa le numerazioni dei fuochi per tutte le province, come si auspica. Aggiungo che tanta precisione si rivela utile anche per individuare alla data del 1669 alcune sedi oggi considerate scomparse, che già allora difettavano di abitanti, pur figurando in qualche caso possedute da feudatari (ad es.: Fiumicello, Montanaro, Pantoliano, Puglisi, Torricella e perfino Pesti), oppure erano in via d’estinzione (S. Severino di Cammarota) magari per inglobamento in centri vicini urbanisticamente espansivi (Spio).
Certo, se si compara l’apporto e l’approccio del N. a quelli di epoca illuministica, si avvertirà l’assenza di impegno civile, di preoccupazioni dello stato del pubblico benessere, né si troverà nella descrizione del territorio il fine sociale di ben governarlo. Ciò non vuol dire che gli fece difetto la tensione etica, l’impegno scrupoloso nel proprio lavoro. Agli esiti illuministici, del resto, si arriverà anche attraverso il geografo siciliano. La sua esperienza può essere ritenuta, infatti, una tappa di avvicinamento, un necessario punto di raccordo fra tradizione e innovazione, per il senso della «aggiunta» al sapere precedente da lui dimostrato e la finalizzazione applicativa (benché dettata da esigenze militari e fiscali), oltre che per la cultura pluridisciplinare dimostrata, pur coi limiti del gusto antiquario.
Un’ultima riflessione: forse ai lettori di questa scheda sembrerà riscontrare un soverchio entusiasmo per l’A., che ha comportato una eccessiva valorizzazione della sua incidenza storica; sarà anche vero, ma risponde all’intento di creare un opportuno antidoto a una precedente penalizzazione del N., che può far recuperare nei suoi confronti la spassionata disponibilità sempre necessaria alla comprensione del passato.
Se veri limiti interpretativi ci sono in queste pagine, crediamo, essi dipendono piuttosto dalla mancata conoscenza di tutto il corpus delle opere dell’illustre siciliano. È possibile superare quei limiti solo dando alle stampe i manoscritti della Casanatense, in modo da arrivare a un’edizione critica di tutti gli scritti nicolosiani. Potrebbe emergere qualcosa di più e di meglio – ripeto – di quanto finora non si sappia. Il discorso è riaperto: tocca ad altri – geografi solo per la loro parte – continuarlo.

Produzione di cartografia manoscritta:

Produzione di cartografia a stampa:
Un abbozzo esplicativo di un disegno e di tre matrici di fogli, attribuibili al Nicolosi, si trova in Valerio, 1993, pp. 65-66, dove compaiono anche le relative illustrazioni.

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Lettere al Duca di Bracciano Paolo Orsini del 24 giugno 1648.

Rimandi ad altre schede: fatto quest’ultimo che non deve meravigliare visto le possibilità di informazioni del Nicolosi e quanto egli stesso scrive nelle aggiunte del 1669 sulla necessità di aggiornare il più possibile i dati feudali. Da tutte queste osservazioni appare sufficientemente dimostrato che anche l’intervento C é di mano del Nicolosi e che il nome di Medinaceli è riportato erroneamente per Medina de Rioseco; scambio possibilissimo ove si consideri che nella seconda metà del Seicento tra le diverse case ducali spagnole che si intitolavano dalle varie Medina della penisola iberica (Medinaceli, Medina de las Torres, Medina de Rioseco, Medina-Sidonia) senz’altro la più famosa in Italia era quella di Medinaceli, di cui il più prestigioso rappresentante era stato fino a quel tempo Juan II de la Cerda, duca di M., viceré e capitan generale di Sicilia e dell’esercito cristiano d’Africa (1557-65). Cosicché la committenza sarebbe avvenuta negli anni 1644-46, prima dell’elezione di Leopoldo I ad imperatore, come risulta dalla dedica; che poi la notizia sia stata aggiunta al testo solo nel 1669, si spiega con la necessità di completare l’opera anche sotto l’aspetto della motivazione esterna. Questo spiega anche perché tutta l’opera, che è di premessa e di supporto alle tavole geografiche, è anche improntata ad un’attenta analisi dei fatti militari e dei problemi della difesa navale delle coste, con l’esame della possibilità dei singoli porti sia sotto l’aspetto della sicurezza che della capacità. Nella descrizione generale del Regno, diverse annotazioni restano prive di quello sviluppo che avrebbero certamente avuto a lavoro ultimato: se dobbiamo anche imputare alla dispersione di fogli del manoscritto qualche lacuna nell’opera, quale il paragrafo sulla Genealogia de’ Re, di cui è notizia nel f. 101, certamente la parte riguardante gli itinerari stradali è monca perché non portata a compimento. Del resto il tono programmatico di una parte dell’intervento del 1669, l’ultimo in ordine di tempo, lascia chiaramente intendere che sia la parte cartografica sia il «Libretto» non avevano ancora raggiunto la loro conclusione. Il Nicolosi, come già accennato, afferma di aver adottato per la compilazione delle tavole il Meridiano mobile, nuovo, a suo dire, consistente essenzialmente nel riporto lungo i margini della carta geografica della latitudine e della longitudine espresse in gradi e minuti, punti di partenza per individuare agevolmente sulle tavole i singoli centri. I1 meridiano mobile, infatti, non é altro che il criterio in base al quale un determinato punto sulla carta geografica é costantemente individuabile facendo riferimento all’intersezione delle linee che rappresentano i meridiani ed i paralleli. Tale principio era implicitamente contenuto nella cartografia precedente il Nicolosi, in quanto le rappresentazioni cartografiche recavano già lungo i margini le indicazioni circa la longitudine e la latitudine, divise in gradi e minuti; spetta però al Nostro l’aver intuito la possibilità di utilizzare sistematicamente la maglia degli intrecci fra meridiani e paralleli per facilitare la ricerca dei luoghi, fissandone il metodo ed integrando le carte con elenchi alfabetici delle località, seguite dagli estremi delle coordinate geografiche necessarie alla loro individuazione. La prima parte dello scritto chiude con la dedica dell’opera al re d’Ungheria Leopoldo I, eletto poi Imperatore germanico nel 1658, qui fatto oggetto di sperticata adulazione cortigiana secondo il costume dell’epoca. In calce vi è una prima datazione: Roma, 30 novembre 1655; poi sostituita dalla data: 2 febbraio 1666, che il Geografo appose dopo essere intervenuto sulla prima stesura, aggiungendo, correggendo e modificando il testo, così come lo rimaneggiò ancora nel 1669, poco prima della sua morte, seguita, come anzidetto, ai principi dell’anno successivo e che gli impedì di portare a completamento l’opera. Quasi certamente la prima redazione di quest’opera, quella del 1655, accompagnò l’offerta a Filippo IV ed a Leopoldo I di due copie della Carta del Regno di Napoli realizzato nel 1654, circa la quale lo stesso Nicolosi (Guida allo studio geografico, 1662, in prefazione) ricorda:...nell’anno 1654 con l’occasione della Guerra, costrussi una Descrittione del Regno di Napoli, spiegata in una ricca Tavola della grandezza, e misure di dodici, et otto palmi; e della quale un esemplare fu drizzato a Sua Maestà Cattolica, e l’altro alla Maestà Cesarea hoggi regnante, all’hora Re d’Hungaria. Il testo, proprio a motivo di questi successivi rimaneggiamenti, che comportarono cancellature, sovrapposizioni di scrittura, annotazioni marginali nonché richiami ad altre pagine, si presenta di difficile ricomposizione, anche perché la raccolta delle carte, fatta dopo la scomparsa del Nicolosi, non fu operata criticamente, tenendo conto dei richiami appostivi dell’autore, che avrebbero potuto guidare una più oculata disposizione della sequenza dei fogli nel corpo dell’attuale volume miscellaneo. Pertanto le pagine che interessano la prima parte del Trattato sui Regno di Napoli, così come vi si trovano collocate, raggruppate solo dall’argomento, rendono difficile al lettore ricostruire la successione logica all’interno del testo. È evidentemente questo il motivo per cui il contenuto dello scritto é stato in parte frainteso. Il Savasta (1898, p. 7) fu il primo a scrivere che la Descrizione fu ... offerta all’Imperatore Leopoldo I, e poi successivamente, tre volte rifatta, ai tre Viceré, il Conte del Castrillo, quello di Pignoranda, e il Cardinal d’Aragona, dandoci con quest’ultima una notizia del tutto destituita di fondamento. Ma, mentre egli si preoccupa di precisare più oltre (ivi, p. 58) che Leopoldo I era allora soltanto Re d’Ungheria, la proposizione è accolta acriticamente dal Giardina (1925, p. 30), che scrive testualmente ed univocamente: dedicata all’Imperatore Leopoldo I, e due volte ripetuta per altri due personaggi (!?). Lasciamo da parte alcune altre gratuite e fantasiose affermazioni dello stesso Giardina, quali (ibidem): Le due operette (cioè la Descrizione dello Stato Ecclesiastico e quella del Regno di Napoli) constano delle carte dei due paesi e dei relativi libretti illustrativi; La scrittura del primo manoscritto (il 674!) non è del Nicolosi; I nomi delle varie province (del Regno di Napoli) vi sono scritte in italiano e in ispagnuolo; anche la Spinelli (1930, p. 352) insiste sull’indimostrato assunto del Savasta, cioè che dopo la prima edizione della carta, nel 1654, ...ne seguirono altre, essendone stati presentati degli esemplari ai posteriori Viceré, Conte di Castrilli (sic!), Conte di Pennaranda (sic!), Cardinale Pasquale d’Aragona. La stessa poi, accennando al duca di Medina, lo identifica senz’altro col Medina viceré di Napoli dal 1637 al 1644, senza neppure sfiorare il problema posto dal fatto che nel testo in questione é indicato un Medinaceli, che fu viceré dopo la morte di Nicolosi, come già ricordato. Ultimo in ordine di tempo, il Di Matteo (1977, p. 33) afferma anch’egli gratuitamente che il nostro geografo, eseguita la Descrizione, la stessa successivamente rielaborò per i viceré conte del Castrillo e conte di Pignoranda e per il cardinale d’Aragona. A ciò si é cercato di ovviare ricomponendo con paziente lavoro filologico sia la prima parte del Trattato sia la sezione riguardante il Principato Citra in un’edizione critica, che si spera abbia rispettato pienamente la volontà dell’autore, a cui mancò purtroppo il tempo, lo ripetiamo, per lasciarci l’opera compiuta e di limarla. Venendo alla sezione riguardante il Principato Citra, che appartiene alla seconda parte della Descrittione , essa consta essenzialmente dell’elenco dei centri maggiori e minori della Provincia e per ciascuno centro, sistemato alfabeticamente solo rispetto alla lettera iniziale (la serie dei centri che, pur iniziando con la lettere S, sono collocati dopo la lettera V, si trovano fuori elenco perché aggiunti nell’ultimo intervento), sono generalmente indicati latitudine e longitudine, il numero dei fuochi in rapporto ai censimenti del 1595 e del 1669, i dati riguardanti il feudo ed il feudatario nonché eventuali notizie circa la sede vescovile o la presenza di fortificazioni oppure di porti (risultano di particolare valore in rapporto all’epoca le indicazioni circa i porti di Punta degli Infreschi e di Palinuro e lo «scaro» di Vietri di Salerno). Promontori, golfi, fiumi, torri costiere e scogli vi sono, ovviamente, riportati con la sola indicazione delle coordinate geografiche. I dati di questa sezione confluivano con gli altri a formare il quadro complessivo delle notizie che dovevano servire come base e guida alla serie delle tavole geografiche riguardanti le province nonché ad una carta generale del Regno di Napoli, oltre ad alcune carte nautiche con particolare riferimento alle coste e alle isole del Mediterraneo meridionale. Vi sono fondati motivi per credere che qualcuna di queste carte fosse materialmente abbozzata, anche se, come il trattato, non ultimata. Infatti, una Carta del Regno di Napoli il Nicolosi aveva già disegnato nel 1654, ma essa non soddisfaceva la precisa richiesta del committente, che già da tempo precedente aveva espresso il desiderio che fossero realizzate 12 carte particolari delle altrettante province del Regno. Pertanto le successive aggiunte e rielaborazioni dell’originario testo del 1655 erano finalizzate a questa nuova fatica cartografica, per la quale il Geografo tenne a base sia quel primo lavoro, sia le «carte a stampa» di cui egli fa menzione nelle aggiunte del 1669. Sono appunto le indicazioni programmatiche contenute in quest’ultime aggiunte a darci la certezza che il complesso dell’opera cartografica (ivi compresa una nuova carta generale, materialmente presupposta, almeno nell’impianto fondamentale, dal paragrafo: Uso della Descrittione ... e dagli aggiornamenti portati dopo il 1655 alle coordinate geografiche di numerosi centri) per quanto avviata non era stata portata a termine. In merito alla loro eventuale esistenza, tuttavia, non è stato possibile accertare nulla, mentre un paio di schizzi rilegati nel manoscritto miscellaneo della Casanatense sono pressoché insignificanti. Si tratta di un semplice profilo a penna, in iscala ridottissima, delle due coste dell’Italia centrale e di una bozza a matita di una parte del tracciato della strada Taranto-Napoli. Tuttavia per quanto concerne il Principato Citra, sulla scorta delle coordinate geografiche fornite per moltissimi dei centri elencati é possibile ricostruire una carta del territorio che con una certa approssimazione può dare un’idea delle conoscenze cartografiche dell’epoca. È doveroso aggiungere che, grazie alla tenacia e al “fiuto” di un esperto, è possibile oggi avere la visione delle matrici di 3 fogli, quasi sicuramente appartenenti alla carta del Nicolosi del 1654, della quale non è giunto a noi alcun esemplare: «le matrici sono realizzate con il sistema della foratura da spillo; spolverando la matrice con polvere nera, i fori consentivano l’impressione dell’immagine su di un foglio sottostante» (VALERIO, 1993, p. 65). Questo autore ha identificato tali matrici nella sezione manoscritti e rari della Biblioteca di Napoli: si tratta di riproduzioni della terra di Bari e Basilicata, Capitanata e Principato Ultra, Abruzzo Citra e Contado di Molise. La proiezione usata è quella trapezoidale e la scala, «calcolata sulla dimensione del grado di meridiano, risulta di circa 1:360000» (VALERIO, 1993, p. 66, n. 104, nella quale si possono leggere altri particolari e la collocazione delle 3 carte). Se spetterà comunque ad altri studiosi il compito di valutare globalmente l’utilità del recupero e della ricomposizione di una parte di questa più che sconosciuta, ignorata opera del Nicolosi, possiamo intanto affermare in tutta tranquillità che la scrupolosa meticolosità del Geografo rende utilizzabili la maggior parte dei dati fornitici per una più esatta conoscenza di alcuni aspetti del Regno di Napoli nel Seicento e, per quanto ci riguarda, del Principato Citra in particolare; basti solo osservare che i suoi riporti statistici sono molto precisi, molto più corretti in ogni caso di quelli di un Giustiniani, i cui non infrequenti errori hanno inficiato e continuato ad inficiare i lavori di demografia storica. Il Nicolosi utilizza fonti di prima mano ed aggiornatissime (le aderenze che Nicolosi aveva presso la corte pontificia lo mettevano in grado di usufruire di moltissime informazioni dirette, in quanto qui facevano capo un gran numero di funzionari ecclesiastici e laici, che in ragione dei loro uffici avevano conoscenze approfondite delle regioni di provenienza), come si può constatare esaminando i dati relativi ai feudi ed ai feudatari del nostro Principato, per i quali spesso risolve spinosi problemi di successione, riportando a volte accanto al nome del barone del tempo anche quello di chi lo aveva preceduto. Certo, anche il nostro geografo non é immune da errori, materiali e di concetto, e qualcuno macroscopico, come quello di considerare Castellammare della Bruca, un centro tra l’altro pressoché disabitato in quel tempo, quale sede di vescovato; ma ciò era nel bagaglio di un’acritica tradizione di certi autori napoletani, quale un Enrico Bacco (1629), che nello stesso secolo e prima del Nicolosi affermava la stessa cosa. In proposito il Valerio ipotizza correttamente che il Bacco abbia desunto la sua opera da un noto volume del Sofia (1614), nato «come corredo scritto dell’Atlante delle province inciso dal Cartaro nel 1611» (Valerio, 1993, p. 67). Contrariamente all’idea di Spinelli, il nostro Autore non esprime grandi apprezzamenti sulle carte del Nicolosi, riconoscendo però che «l’unica aggiunta sostanziale, nei citati manoscritti è quella relativa alla numerazione dei fuochi del 1669» (Valerio, 1993, p. 67). Anche se, a riguardo del lavoro cartografico, è difficile contestare il giudizio del Valerio, sul piano dell’opera complessiva scritta il geografo siciliano mostra nella scelta delle fonti un’acribia veramente rara in un secolo in cui i più degli autori concedevano molto alle notizie più fantasiose. Infatti il Nostro non prende neppure in considerazione il cosiddetto censimento del 1658, giacché esso fu solo un aggiornamento di dati fiscali condotto in modo molto approssimativo sulla falsariga del vero e proprio censimento del 1595, e pertanto poco indicativo ai fini di una valutazione della situazione demografica del Regno dopo la peste del 1656. La precisa testimonianza del Nicolosi sulla realtà geografica dei suoi tempi, stringata e priva di orpelli campanilistici, può essere dunque con profitto utilizzata nella ricerca. Per fare un solo esempio di quante altre preziose indicazioni si possono raccogliere dalle pagine di questo trattato, cito la testimonianza sull’ubicazione di Paestum, che si allinea alle altre a dimostrare come anche in età moderna, come già nel corso del Medioevo, questa antica città greca, lungi dall’essere caduta nell’oblio degli uomini, continuò ad essere una concreta presenza monumentale fra gli acquitrini e le macchie della Piana del Sele. Per concludere, la ricchezza di dati, di osservazioni, di indicazioni spesso uniche per il secolo, spunti di viaggio, annotazioni sul modo di procedere nell’aggiornamento delle carte geografiche, fanno di questo trattato, al di là della sua compiutezza, un testo non solo di gradevole lettura ma anche degno di essere recuperato all’attenzione degli studiosi.

Autore della scheda: Vincenzo Aversano


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