Antinori, Orazio

Orazio Antinori
N. Perugina 23 ottobre 1811
M. 26 agosto 1882

Relazioni di parentela: Appartiene a un’antica famiglia patrizia: il padre è il marchese Giacomo Antinori e la madre la contessa Tommasa Bonaini-Boldrini. Orazio Antinori si distanziava dalla famiglia sostanzialmente reazionaria, mostrandosi più vicino a certi parenti, come lo zio Giuseppe, che era stato nel 1799, all’età di ventiquattro anni, esponente del governo napoleonico a Roma, mentre il cugino Stefano, che combatté prima contro i pontifici e poi a Cornuda insieme allo stesso Orazio, era considerato la pecora nera della casata, tanto che fu sepolto a cura del comune e cancellato dal ricordo famigliare.

Ente/istituzione di appartenenza: Società Geografica Italiana
Qualifica: Geografo-esploratore

Biografia:
Orazio Antinori studiò nel collegio dei benedettini dell’Abazzia di S. Pietro, profittando poco o nulla degli studi classici, e ne uscì nel 1828 senza aver conseguito alcun diploma.
L’unica passione di Antinori era quella per il disegno, ma soprattutto per il lavoro manuale. Altro suo svago era la caccia, che costituirà la porta privilegiata verso il suo avvenire. Iniziato dal monaco Barnaba Lavia nell’arte della tassidermia e incoraggiato da L. Canali, professore all’Università di Perugia, nello studio delle scienze naturali, l’Antinori per un decennio si dedicò, nella città natale, alla collezione e alla imbalsamazione degli uccelli, donando infine la sua ricca raccolta all’università.
Di formazione positivista, maturata dunque più che sui libri, attraverso le esperienze di arti meccaniche e di disegno, e le osservazioni pratiche di scienze naturali, soprattutto di ornitologia, si trasferì a Roma nel 1838, dove si sistemò come preparatore naturalista dapprima presso il principe Conti e poi presso il principe di Canino Carlo Luciano Bonaparte, con cui collaborò all’edizione della Fauna italica e del Conspectus generum avium. Rimase con il Bonaparte fino al 1847, quando gli avvenimenti politici gli fecero abbandonare gli studi prediletti.
Gli eventi del 1848 impressero alla vita dell’Antinori un nuovo corso, trasformando quel sedentario gentiluomo di provincia in un fervente patriota, prima, e in un instancabile viaggiatore, poi. Arruolatosi come ufficiale nell’esercito pontificio del Durando, partecipò alla campagna nel Veneto, rimanendo ferito il 9 maggio a Cornuda e combattendo il 10 giugno a Vicenza. Tornato a Roma, partecipò attivamente all’organizzazione dei moti democratici, che dovevano portare alla fuga di Pio IX e alla costruzione della Repubblica Romana. Eletto deputato alla Costituente, si batté nell’assedio di Roma e, dopo la caduta della Repubblica, abbandonò volontariamente l’Italia, compiendo viaggi in Grecia, in Egitto e in Sudan.
La riscossione della quota dell’eredità paterna (13.000 lire) offrì all’Antinori nel 1858 la desiderata, se pur relativa, indipendenza economica, e contribuì a rivelargli definitivamente la sua vocazione di esploratore. Investì tutto il suo denaro in un viaggio in Egitto e iniziò nel maggio 1859 una lunga serie di escursioni verso il Sudan, scegliendo come base di operazioni Khartum e accompagnandosi di volta in volta agli esploratori e mercanti che risalivano il Nilo, spinti, oltre che dal fascino per il mistero sulle origini del grande fiume, dall’ondata di penetrazione promossa dal governo egiziano. Così dall’agosto all’ottobre del 1859 fece da solo un primo viaggio sul Sennaar e sul Nilo Azzurro fino a Karcog. Ritornato a Cartum ne ripartì poco dopo con l’italiano Castelbolognesi di Ferrara, col proposito di entrare in Abissinia dalla parte di Maremma.
Nel 1860, non ancora soddisfatto fece, insieme al geografo Lejean una nuova escursione sul Nilo Bianco, ma fu breve e si diresse quindi con lui nel Cordofan. Fu questa spedizione più penosa, più disastrosa di quante ne aveva tentate l’Antinori, come scriveva al console Ganzenbach. Risalito il Nilo Bianco fino alla foce del Sobat piegarono poi verso ponente, attraversati i fiumi detti delle Giraffe e delle Gazzelle, arrivarono a Nguri alle porte, si può dire, dei Niam-Niam sul 9 parallelo, dove avevano deciso di penetrare, ma qui un grave inconveniente li fermò.
Nel giugno del 1861 rientrarono a Cartum e qui l’Antinori ricevette la cattiva notizia che, causa un fallimento, la piccola somma che aveva lasciata in deposito a Smirne era perduta e l’altra consegnata a Cartum non la poté riscuotere perché il depositario nel frattempo era morto. Al fratello Raffaele scriveva che era povero e che non sapeva come fare per trovare i mezzi necessari per rimpatriare. Tuttavia, in quegli anni continuò ad operare nell’Alto Sudan dove qualche anno più tardi avrebbe agito un altro illustre italiano, Romolo Gessi. Si legò con C. Piaggia, lucchese, con rapporti di duratura amicizia.
Alla fine del 1861, in una pubblica relazione, tenuta al Cairo per invito del khedivé, l’Antinori espose i primi risultati della sua opera di esploratore – vi ritornò nella prefazione al Catalogo descrittivo di una collezione di uccelli fatta da O. A. nell’Africa Centrale Nord dal maggio 1859 al luglio 1861 - consistenti essenzialmente nella esatta ricognizione del bacino del Bahr-el-Ghazal, studiato sotto ogni aspetto, dalla conformazione geografica alla fauna, alla flora e agli usi e costumi delle popolazioni locali. Fra i pionieri italiani egli era il primo, che avesse affrontato l’esplorazione del Continente nero dotato di buone cognizioni di scienze naturali e capace inoltre di documentare direttamente, per mezzo delle sue splendide collezioni, la propria opera. Ciò spiega il successo, e l’ospitalità subito concessa ai suoi scritti dalle riviste geografiche tedesche. In due soli anni l’Antinori era assurto a figura autorevolissima tra gli esploratori italiani: gli impulsi romantici della passione risorgimentale si congiungevano in lui alla scrupolosa capacità di osservazione scientifica.
Tornato in Italia nel 1862, vendette per 20.000 lire al governo italiano le sue ricche collezioni ornitologiche, che, invece di trovare sede unica a Torino, dove l’Antinori stesso le aveva destinate, furono disperse tra vari musei, perdendo così in gran parte la loro importanza comparativa.
Più precisamente, l’Antinori approdò a Torino subito dopo i grandi avvenimenti del 1859-1860 e dopo la morte di Cavour che fu, non solo un lutto nazionale ma fece anche preoccupare per il futuro dell’unità d’Italia, fino ad allora bene avviata. L’Antinori rimase nel capoluogo piemontese per tutto il 1862, dove lavorò in più direzioni: si occupò di illustrare, anche se ancora parzialmente, i suoi viaggi, compì studi ornitologici, preparando, tra l’altro, il suo prezioso Catalogo descrittivo di una collezione…, ma specialmente volle tentare alcune imprese industriali nella speranza di poter raggranellare una piccola somma per riprendere i suoi viaggi africani. Tuttavia, gli affari si rivelarono ben presto cosa non adatta per l’Antinori che, disilluso, tornò ai suoi studi prediletti: nel 1863 lo troviamo in Sardegna col noto ornitologo conte Salvatori.
Nel ’66 fu in Tunisia per nuove raccolte e per la correzione delle carte orografiche e idrografiche della regione. Qui si occupò anche dei monumenti lasciati dalla dominazione romana e si rivelò un buon archeologo.
Nel 1867 con Cristoforo Negri, con Cesare Correnti ed altri l’Antinori fondò a Firenze la Società Geografica Italiana e ne fu il primo operoso segretario: collaborò anche, con comunicazioni, al Bollettino della Società stessa. Partecipò nel 1869 alle feste di inaugurazione del canale di Suez, e fu conosciuto in quell’epoca da Manfredi Camperio, che lo descrisse già vecchio e sdegnoso della compagnia degli altri scienziati e turisti.
Nel 1870, fu designato a far parte, insieme allo zoologo O. Beccari e al geologo A. Iseel, della spedizione promossa dalla Società geografica nel Mar Rosso per esplorare il paese dei Bogos e visitare la colonia agricola nello Sciotel del padre Stella, che sarebbe poi finita nel nulla per gli intrighi di quel Munzinger, a sua volta trucidato all’Aussa colla moglie e la scorta.
Assistette ad Assab alla presa di possesso della baia fatta da G. Sapeto a nome della compagnia Rubattino (13 marzo 1870) e soggiornò quindi due anni in Etiopia insieme con C. Piaggia, dedicandosi alla caccia per scopi scientifici.
Nel 1875 fu in Tunisia con la spedizione promossa dalla Società geografica, di cui faceva parte anche il giovane capitano O. Baratieri, e contribuì a dimostrare l’assurdità del progetto francese del mare interno sahariano. Ma un altro importante risultato dei suoi viaggi bisogna cercarlo in Italia, cioè nel decisivo impulso che la sua opera d’esploratore impresse alla Società Geografica, indirizzandone gli sforzi quasi esclusivamente verso l’Africa. Allorché in seno alla Società fu proposto l’ambizioso progetto di spedizione ai laghi equatoriali, l’Antinori più realisticamente sostenne l’opportunità di una spedizione che compisse ricerche naturalistiche nei regni dello Scioa, il cui sovrano Menelik aveva allora fra i suoi consiglieri mons. Massaia.
Prevalso il primo progetto, ma in una forma di compromesso fra le due tesi suddette, l’Antinori rivendicò energicamente l’onore di guidare la spedizione conosciuta, per la sua portata, come la “Grande Spedizione”. Aveva ormai 66 anni. La grande spedizione, salutata alla sua partenza, il 7 marzo 1876, in un clima di euforia, dal principe Umberto, ebbe poi uno svolgimento catastrofico. Il primo scaglione, costituito dall’Antinori, da G. Chiarini e S. Martini, sbarcato a Zeila, fu soggetto alle vessazioni del governatore egiziano Abu Baker e perdette gran parte dell’equipaggiamento nell’insidioso percorso da Zeila allo Scioa. Lo stesso accadde al secondo scaglione, costituito dal Martini (che era rientrato in patria per chiedere soccorso) e da A. Cecchi. L’Antinori intanto fu ben presto escluso, per un incidente di caccia che lo privò dell’uso della mano destra, da una ulteriore partecipazione all’impresa, e restò immobilizzato a Lèt-Marefià, donatogli come luogo di riposo da Menelik. Mentre finalmente il Cecchi e il Chiarini, nel luglio del ’78, partivano per la prima tappa del loro viaggio, il Kafà, l’Antinori restava nello Scioa, compiendo viaggi nella parte meridionale e lavorando alle sue collezioni naturalistiche e, nonostante la lunga mancanza di notizie sulla sorte dei suoi amici, rimaneva fiducioso e provvedeva a trasformare Lèt-Marefià in una stazione scientifica e ospitaliera, secondo i suggerimenti dell’Associazione internazionale per l’esplorazione e l’incivilimento dell’Africa. In realtà, Lèt-Marefià diventò, insieme con Assab, la cellula dalla quale presero l’avvio le imprese coloniali italiane. Morto il Chiarini nella prigionia inflittagli dalla regina di Ghera, l’Antinori accolse il sopravvissuto Cecchi e i nuovi membri della spedizione - G. Bianchi e P. Antonelli – a Lèt-Marefià. Accompagnò quindi il Cecchi nel corso delle sue escursioni nello Scioa – che realizzarono almeno in parte il programma scientifico della grande spedizione – ma si rifiutò di seguirlo in patria per non abbandonare la stazione di Lèt-Marefià.
Per molto tempo, dunque, Lèt-Marefià fu non solo la residenza di Antinori (specialmente dopo che l’incidente gli tolse l’uso della mano destra), ma la base delle attività esplorative e scientifiche italiane in Africa. In ogni modo, tali esperienze vanno inserite in un più vasto quadro che, facendo capo all’attività di questi anni della Società Geografica Italiana, va considerato sotto il doppio punto di vista dell’ampliamento delle conoscenze geografiche e dell’azione politica. Sotto il primo profilo l’opera svolta nel secolo scorso da viaggiatori ed esploratori in Africa come altrove, fu di carattere essenzialmente naturalistico: non poteva essere altrimenti, sia per il clima positivistico imperante nel mondo scientifico, sia perché si trattava di riconoscere in primo luogo i lineamenti fisici del territorio e le sue caratteristiche. A tali condizionamenti, non sfuggono gli italiani, e fra essi l’Antinori: ma nei suoi scritti, come in quelli del cardinale Massaia, non mancano informazioni di carattere antropico, sulle genti con le quali si veniva in contatto, sui loro costumi e le loro forme di governo. Sul piano dell’azione politica l’opera dell’Antinori va inquadrata in quello sforzo per una presenza italiana, che non poteva non essere coloniale nell’Africa Orientale, nelle terre che si affacciavano su quella rotta delle Indie e dell’Oriente, apertasi dopo la costruzione del Canale di Suez.
La figura di Antinori si distingue, quindi, per il suo carattere poliedrico, che lo vide impegnato, nel corso della sua vita, su più fronti. Tra gli altri quello zoologico-naturalistico, quello geografico e anche quello cartografico. Infatti, fu sempre forte in lui il desiderio di restituire le informazioni cui era pervenuto durante le sue esplorazioni e i suoi viaggi, garantendo così un ampliamento delle conoscenze geografiche di luoghi fino ad allora sconosciuti dell’Africa e dell’Asia. Ed è a questo punto che si serve della cartografia, quale mezzo comunicativo privilegiato per render note le sue scoperte. Si tratta, in principal modo, di una cartografia finalizzata a rappresentare gli itinerari dei suoi viaggi di esplorazione. Si ricordano, ad esempio: lo Schizzo originale della Spedizione Italiana tra Zeila e lo Scioa, che riproduce il percorso della spedizione di Orazio Antinori, Giovanni Chiarini e Sebastiano Martini nell’Africa Equatoriale; la Carta dell’Affrica col tracciato delle ultime esplorazioni di Cameron, Stanley e Antinori, pubblicata su L’Esploratore nel 1877; la Carta della Spedizione Italiana nell’Africa equatoriale, pubblicata in Cosmos nel 1875-76. Quest’ultima, che si riferisce alla Carta dei contorni di Tagiura e Zeila, secondo Barker, Christopher, Burton, Sapeto e al., costruita e disegnata da G. Cora, 1:200.000, specifica che: “ la topografia [della carta] è desunta dai rilievi della spedizione inglese di Harris (1841-1842), nonché dalle esplorazioni di Rochet d’Hericourt, Beke, Burton, Sapeto e dello stesso Antinori, che con Beccari ed Issel spingeva nel 1870 una piccola ricognizione nel distretto meridionale dei Danakil sino al piccolo, ma importante villaggio di Reita,…”. A proposito di un’altra carta, la Carta originale della Baia di Assab ed adiacenze, secondo Lovera, Sapeto, Moresby e a., a scala 1:600.000 - pubblicata in allegato a G. Cora, “Spedizione di O. Antinori, O. Beccari, A. Issel nel MAR Rosso e sulle Falde nord dell’Abissinia”, in: Cosmos, vol. 3, 1875-1876 – il Cora nella Nota cartografica “La Baia di Assab” specifica che: “le indicazioni intorno al fiume Ennat o Mara…, sulla catena Mableh e sui villaggi esistenti e su rovine, sulla nomenclatura da Bailul a Raheita le debbo al prof. Sapeto, che visitò più volte questa regione,…il viaggio di Antinori, Beccari ed Issel mi fornì la posizione approssimativa di Raheita”. Infine, sempre il Cora, nelle “Note cartografiche sulla reggenza di Tunisi”, in Cosmos, vol. 6, 1880-1881, informa che l’Antinori compì esplorazioni in Tunisia, “concretando i suoi studi su una carta manoscritta a 1:400.000, ricavata da quella francese del <> e corretta secondo le sue indicazioni. I suoi itinerarii, che si riferiscono agli anni 1865-1866, si sviluppano tra Bizerta, al nord, Tôzer, al sud, ed in molti punti seguono vie prima di lui inesplorate, le principali fra cui sono indicate col suo nome nella mia carta”. L’opera di Antinori ha contribuitò altresì alla cartografazione di alcuni importanti elementi idrografici. Si pensi alla Carta delle sorgenti occidentali del Fiume Bianco secondo i viaggi di Orazio Antinori e Carlo Piaggia, coordinati cogli itinerari di Speke e Grant, Heuglin, Baker e di altri viaggiatori e alla carta de Profili ideali del Bacino del Gazal secondo le osservazioni di O. Antinori, entrambe allegate alla relazione Orazio Antinori, “Viaggi di O. Antinori e C. Piaggia nell’Africa Centrale”, in Bollettino della Società Geografica Italiana, fasc. 1, 1868, pp. 91- 168.
Quando il Cecchi tornò a Lèt-Marefià, dopo i suoi viaggi africani e prima che rientrasse in Italia nell’aprile del 1881, l’Antinori fece con lui nuove escursioni e curando determinazioni astronomiche, voleva presentare alla Società dati positivi per la costruzione di una carta che doveva essere nuova per questi paesi, come lui stesso dichiarò. Partito il Cecchi, rimase solitario a Lèt-Marefià, sognando di costituirvi una scuola tecnica agraria per le popolazioni locali e di aprire al commercio italiano la via Assab-Ancober. Mosso ancora dal desiderio di scoprire “un paese del tutto nuovo non mai visitato dagli europei” volle seguire Menelik nella sua spedizione al lago Zuai. Ma dovette rientrare a Lèt-Marefià gravemente ammalato. Morì il 26 agosto 1882. La sua tomba, eretta secondo l’uso abissino in forma di capanna all’ombra del sicomoro di Lèt-Marefià, fu ritrovata intatta nel 1936 nel corso della occupazione italiana dell’Etiopia.

Produzione scientifica:

Produzione di cartografia manoscritta:
Schizzo originale della Spedizione Italiana tra Zeila e lo Scioa, scala 1.3.000.000, (si tratta della Spedizione Orazio Antinori, Giovanni Chiarini e Sebastiano Martini nell'Africa Equatoriale);

Carta delle sorgenti occidentali del Fiume Bianco secondo i viaggi di Orazio Antinori e Carlo Piaggia, coordinati cogli itinerari di Speke e Grant, Heuglin, Baker e di altri viaggiatori, scala 1:6.250.000, edita da Stab. Geografico Giuseppe Civelli, Milano, Carlo Trzaska, incisore (p. 166), pubblicata in: Bollettino della Società Geografica Italiana, fasc 1, 1868, pp. 91- 168;

Profili ideali del Bacino del Gazal secondo le osservazioni di O. Antinori, pubblicata in: Bollettino della Società Geografica Italiana, fasc 1, 1868, pp. 91- 168;

Carta dell'Affrica col tracciato delle ultime esplorazioni di Cameron, Stanley e Antinori, in: L’Esploratore, n. 1, 1877-Affrica, Prem. Lit. degli Ingegneri, Milano;

Carta manoscritta degli itinerari di Antinori in Tunisia, scala 1:400.000, (ricavata dalla carta francese del <> e corretta secondo le sue indicazioni).

Carta de Itinerario della spedizione in Africa della Società Geografica Italiana, in: Bollettino della Società Geografica Italiana, vol. XII, 1875, pubblicata a seguito di p. 286;

Scioa centrale, scala 1:1.200.000, pubblicata in: Cosmos, vol. 4, 1877.

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Opere di Orazio Antinori:

O. Antinori, “Reise vom Bahr-el-Gazal zum Lande der Djur”, in: Mitteilungen aus Justus Perthes’sGeographischer Anstalt, VIII, 1862, pp. 79-83;

O. Antinori, Catalogo descrittivo di una collezione di uccelli fatta da Orazio Antinori nell’Africa Centrale Nord dal maggio 1859 al luglio 1861, Milano, 1864;

O. Antinori, “Das Land der Niamniam und sudwestlische Wasserscheide des Nil”, in: Mitteilungen aus Justus Perthes’sGeographischer Anstalt, XIV, 1868, pp. 412-26;

O. Antinori, in collaborazione con T. Salvadori, “Catalogo degli uccelli raccolti durante il viaggio tra i Bogos”, in: Annali del Museo Civico di Genova, Genova, 1873, pp. 366-525;

O. Antinori, Nel centro dell’Africa, Milano, 1884;

O. Antinori, “Viaggio nei Bogos”, in: Bollettino della. Società Geografica Italiana, s. 2, XII, 1887, pp. 468-481, 511-550, 614-640, 668-694, 765-808.


Opere su Orazio Antinori o la sua attività:

R. Battaglia, “Antinori Orazio”, in: AA. VV., Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, Ammirato-Arcoleto, vol. XV, 1961, pp. 464-467;

P. Amat di San Filippo, Gli illustri viaggiatori italiani, Roma, 1885, pp. 527-546;

S. Ambrogi, Un arabo perugino. Vita e viaggi di Orazio Antinori in Egitto e nell’Etiopia di Menelik, Società Geografica Italiana, Edizioni Rai, Roma, 1992;

G. Antinori, Il Marchese Orazio Antinori e la spedizione geografica italiana nell’Africa equatoriale, Perugina, 1883;

O. Baratieri, “Necrologio di Orazio Antinori”, in: Nuova Antologia, XVII (1882), pp. 320-333;

R. Battaglia, La prima guerra d’Africa, Torino, 1958, pp. 100 e ss., pp. 113-121;

G. Bellocci, “Orazio Antinori”, in: Bollettino della Società Geografica Italiana, s. 2, VIII, 1883, pp. 488-507;

M. C. Biscottini, “La spedizione Antinori e la fine del Massaia in Etiopia”, in: Giornale di politica e letteratura, XVII, 1941, pp. 242-280;

M. Camperio, “Commemorazione del Marchese Orazio Antinori”, in: L’Esploratore, VI, 1882, pp. 425-429;

A. Cecchi, Da Zeila alla frontiera del Caffa, Roma, 1886;

G. Cora, “Spedizione Italiana nell’Africa equatoriale”, in: Cosmos, vol. 3, 1875-1876, pp. 275-277;

G. Cora, “Spedizione di O. Antinori, O. Beccari, A. Issel nel Mar Rosso e sulle Falde nord dell’Abissinia”, in: Cosmos, vol. 3, 1875-1876, nello stesso volume: Nota cartografica “La Baia di Assab”, pp. 408-409;

G. Cora, “Note cartografiche sulla reggenza di Tunisi”, in: Cosmos, vol. 6, 1880-1881, pp.425-432;

E. De Gubernatis, Lettere sulla Tunisia…con aggiunta di due lettere archeologiche di Orazio Antinori, Firenze, 1867;

A. Della Valle, Pionieri italiani nelle nostre colonie, Roma-Voghera, 1931, pp. 57-63;

A. Issel, Viaggio nel Mar Rosso e tra i Bogos, Milano, 1876;

L. Landini, Due anni in Africa col marchese Orazio Antinori, Città di Castello, 1884;

E. Leone, “Le prime ricerche di una colonia e la esplorazione geografica, politica ed economica”, in: Ministero degli Affari Esteri, Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, L’Italia in Africa, II, Roma, 1955, pp. 124-131, docc. Nn. 9 e 9 bis a pp. 284-88;

S. Martini-Bernardi, La baia d’Assab e le rivelazioni sull’esito dell’ultimo periodo della spedizione in Africa, Firenze, 1881;

R. Micaletti, “I grandi umbri: Orazio Antinori”, in: Rassegna di Cultura militare, VIII, 1942, pp. 480-1486;

G. Pugliesi, Chi è? Dell’Eritrea. Dizionario Biografico, Agenzia Regina Asmara, 1952, ad vocem, p. 18;

L. Traversi, “Orazio Antinori”, in: Rivista delle Colonie, marzo 1935, n. 3, pp. 223-237;

C, Zaghi, “Orazio Antinori”, in: Oltremare, V, 1931, pp. 322-326;

S. Zavatti, Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche, Feltrinelli, Milano, 1967.

Rimandi ad altre schede: v. schede su Antonelli Pietro, Beccari Odoardo, Chiarini Giovanni, Issel Arturo, Martini Bernardi Sebastiano, Piaggia Carlo, Ragazzi Vincenzo, Sapeto Giuseppe, Traversi Leopoldo.

Autore della scheda: Chiara Brambilla


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