Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa (Granducato di Toscana)

L’istituzione ha assunto nel corso del tempo le seguenti denominazioni:

Opera della reparazione del chontado e de la Città di Pisa (1475-1547)

Magistrato degli Uffiziali dei Fossi (1547-1808)

Amministrazione dei Fiumi, Fossi e Canali (1814-1825)

L’Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa trae le sue origini da un’antica organizzazione sorta ai tempi della Repubblica Pisana, in virtù di un movimento associativo spontaneo tipico dell’epoca, per il perseguimento di obiettivi di interesse pubblico, da assolversi indipendentemente dalla “statalità” dell’organo preposto. Nello specifico, quest’antica organizzazione ha, fin dalle sue origini, finalità di controllo, progettazione e manutenzione di opere idrauliche, corsi d’acqua e bonifiche di zone paludose. Ciò a causa della particolare situazione idromorfologica che da sempre contraddistingue il territorio pisano, adagiato su una vasta pianura di origine alluvionale ed attraversata da una fitta rete idrografica naturale ed artificiale, situazione che da sempre ha costretto l’uomo a lottare contro il disordine e le insidie delle acque superficiali. E’ quindi chiaro come l’economia e la sopravvivenza di Pisa e del suo contado siano strettamente correlate al funzionamento ed alla manutenzione delle sue acque. L’efficienza di questo sistema complesso subisce però una pesante battuta d’arresto nei secoli XIV e XV, inizialmente a causa di una serie ininterrotta di guerre ed epidemie, in seguito per il disinteresse mostrato dai fiorentini durante il primo periodo della loro dominazione su Pisa, che ha inizio, seppure con alcune interruzioni, a partire dal 1406.
Con l’avvento del Principato Mediceo le cose cambiano. La potente famiglia fiorentina comincia a preoccuparsi della grave decadenza generale di Pisa e del suo territorio, dovuta all’incessante e progressivo avanzamento dell’impaludamento, causato dalla mancanza di interventi negli ultimi decenni, e contemporaneamente si rende conto delle enormi potenzialità agricole, ittiche e venatorie che questa zona potrebbe esprimere in conseguenza di una serie di interventi nel suo territorio.
Il 17 aprile 1475, per volontà di Lorenzo il Magnifico, quest’ufficio viene perciò ricostituito con il nome di Opera della reparazione del chontado e de la Città di Pisa. Ad esso è affidata la manutenzione delle ventiquattro unità idrauliche poste nel vicariato di Vicopisano e di Lari, ed al suo interno si trovano ad operare, insieme, funzionari pisani e fiorentini. L’Opera non cessa di esistere nemmeno dopo la ribellione pisana, ed anzi, dopo la riconquista della città del 1509, viene rapidamente restaurata.
Tuttavia solo sotto Cosimo I, con la sua Provvisione facta sopra la Reparatione et opera de’ Fossi nella Ciptà di Pisa et Contado del 29 aprile 1547, l’Ufficio dei Fossi, che assume in modo netto il carattere di uno strumento amministrativo locale, sembra diventare effettivamente funzionante, grazie ad un miglioramento della sua impostazione burocratica ed al rigido controllo del duca stesso e dei suoi più stretti collaboratori. Il sistema adottato da Cosimo per minimizzare i costi è quello del ricorso sistematico al lavoro coatto e spesso non retribuito della popolazione. In seguito a tale riforma il nome dell’ente muta per la seconda volta, divenendo Magistrato degli Uffiziali dei Fossi.
Hanno così origine le strutture pubbliche per che circa tre secoli si occuperanno del sistema idrografico della bassa valle dell’Arno.
Il 19 agosto 1583 Francesco I, succeduto al padre Cosimo nel 1574, attua una nuova riforma dell’ente, snellendone l’apparato burocratico, ed attuando un ancor più rigido controllo diretto sul suo funzionamento. Anche Ferdinando I, nel 1587, crea nuove regole relative al mantenimento di strade, fossi, argini e patrimonio arboreo, nonché al pascolo ed alla difesa dell’igiene pubblica (ASP, Archivio Fiumi e Fossi, 3, cc. 1-56), lasciando però integro l’apparato burocratico di funzionari ed ufficiali fiorentini e pisani creato da Cosimo I.
Le opere più significative portate a compimento fra i secoli XV e XVII sono la realizzazione del canale di collegamento fra Pisa e Livorno detto “dei Navicelli”, la rettificazione del corso dell’Arno e del Serchio e la costruzione dell’acquedotto di Asciano. Questa serie d’interventi termina nei primi decenni del Seicento e, nonostante vengano raggiunti risultati considerevoli, resta ancora molto da fare, soprattutto per quanto riguarda il problema dell’impaludamento della pianura pisana, ancora irrisolto a causa della complessità di questioni tecniche implicate, ma anche perché l’intervento mediceo è indirizzato prevalentemente là dove, come nelle aree occupate dalle fattorie granducali, sono presenti interessi personali. Anzi, spesso i granduchi evitano volontariamente la bonifica di tali zone, che, grazie alle loro risorse ittiche ed ai conseguenti appalti per la pesca, rappresentano ai loro occhi un’ottima fonte di reddito, più che di febbri malariche. Nei secoli XVII e XVIII l’attività dell’Ufficio dei Fossi subisce un pesante rallentamento, in parte causato da una generale crisi economica, in parte dal problema della successione medicea dopo la morte di Gian Gastone, ultimo Medici.
Con l’avvento della dinastia Lorenese (1737), si verifica però una radicale inversione di tendenza, grazie all’inaugurazione di una politica finalizzata, fra le altre cose, al recupero produttivo delle campagne ed al risanamento delle aree paludose. Per dare avvio agli interventi necessari vengono nominate delle vere e proprie “commissioni d’inchiesta”, incaricate di ispezionare le varie località e di redigere relazioni e progetti d’intervento. Queste rilevazioni a tappeto mettono in evidenza lo stato di generale degrado del territorio pisano, oltre che la disastrosa situazione economica dell’Ufficio stesso.
Per cercare di porre rimedio a tutto questo, nel 1775 Leopoldo I attua una nuova radicale riforma dell’ente, finalizzata alla drastica riduzione delle spese e del suo ambito di competenze. La manutenzione dei corsi d’acqua, argini e strade passa infatti alle varie comunità, mentre all’Ufficio rimane solo la competenza su fonti, acquedotti e sui fiumi Arno, Serchio, Morto e Fosso Reale.
Successivamente, anche grazie ai progressi della scienza idraulica, viene dato nuovo impulso ai lavori di bonifica, attuati sotto la supervisione di tecnici come Leonardo Ximenes, Stefano Piazzini, Ferdinando Sanminiatelli e Pietro Ferroni.
Nel 1808, con l’annessione all’impero napoleonico, l’ente viene soppresso e le sue competenze demandate alla nuova istituzione dipartimentale, per essere ripristinato nel 1814, in seguito alla restaurazione lorenese, con il nome di Amministrazione dei Fiumi, Fossi e Canali. Contestualmente alla ripresa della sua attività, per volontà di Ferdinando III, viene attuata l’ennesima riforma, in seguito alla quale rimangono di competenza dell’Ufficio solo la manutenzione e la sorveglianza di Arno e Serchio. Infine, nel 1825, in seguito alla compilazione del catasto particellare, Leopoldo II decide nuovamente di riorganizzarne il funzionamento, sostituendolo con il Corpo degli Ingegneri d’acque e strade e con la Camera di Soprintendenza Comunitativa del Dipartimento Pisano, a cui sono affidati la cura ed il controllo di Arno, Serchio, Canale Imperiale, dei Navicelli e di Ripafratta, oltre che la maggior parte dei lavori pubblici. Successivamente a quella di Leopoldo II, l’ultima grande riforma dell’ente è quella attuata dopo l’Unità d’Italia e la legge n. 2248 sulle opere pubbliche, successivamente alla quale molti degli affari trattati dall’Ufficio dei Fiumi e Fossi diventano esclusiva priorità del nuovo Stato Unitario.

Produzione cartografica

Quel che resta del patrimonio cartografico prodotto nei secoli dall’Ufficio dei Fiumi e Fossi è conservato presso l’Archivio di Stato di Pisa, in parte allegato (e non ancora catalogato) alla documentazione descrittiva dello specifico fondo dei Fiumi e Fossi (3773 filze), in parte contenuto nel fondo Piante dell’Ufficio Fiumi e Fossi, che raccoglie 232 carte manoscritte di vario tipo. Questa raccolta è costituita prevalentemente da documenti redatti fra i secoli XVIII e XIX, arco temporale che include le reggenze lorenese e francese, i periodi di più feconda attività dell’Ufficio stesso. Fra le piante contenute in questo fondo, infatti, solo una è databile fra Cinque e Seicento, un paio sono seicentesche, circa 150 risalgono alla seconda metà del Settecento, mentre un’ottantina ai primi decenni dell’Ottocento.
Anche se buona parte del materiale più antico è allegato al fondo descrittivo oppure disperso, è innegabile che la produzione geocartografica di questo ente sia direttamente proporzionale alla politica d’interventi sul territorio portata avanti, nei secoli, dai vari governi succedutisi. E’ la stessa composizione tematica dei documenti a gettare una luce chiarificatrice sui motivi della loro committenza e finalità. Per quanto riguarda il fondo delle Piante, seguendo la schedatura che ne è stata fatta, le carte possono essere distinte per temi:
a) raffigurazioni di strade, quartieri ed edifici della città di Pisa (15 carte);
b) acquedotti (5 carte);
c) tratti extraurbani del corso dell’Arno (15 carte);
d) corso del Serchio (10 carte);
e) lago di Bientina ed il suo bacino palustre (30 carte);
f) appezzamenti di terreno della campagna pisana (140 carte);
g) piante urbane di Livorno, Porto Longone, Rosignano, Pietrasanta e Pontedera (5 carte);
h) località poste al di fuori della giurisdizione pisana (10 carte).

Operatori

Fra i nomi dei numerosissimi operatori che svolsero attività per conto di questa istituzione, ricordiamo, a titolo esemplificativo, solo alcuni attivi in periodo lorenese, come Giuseppe Maria Forasassi, attivo alla metà del Settecento, a cui si deve la Pianta de’ Monti della Comunità di Avane situati nel Val di Serchio del 1861 (ASP, Piante dell’Ufficio Fiumi e Fossi, n. 153); Francesco e Roberto Bombicci, padre e figlio che redassero alcune mappe relative al corso dell’Arno a Barbaricina (Id., nn. 42, 47-49, 51) e alla rete stradale, come la Pianta della strada che da Pisa conduce a Lucca (Id., n. 31)o la Pianta…della strada piombinese (Id., n. 32); Ridolfo Castinelli è autore del Progetto di prolungamento del Lungarno della Città di Pisa del 1852 con il rilievo dell’area urbana pisana compresa fra il Ponte della Fortezza e il nuovo di cui prevede la costruzione (Id., n. 2). Da ricordare inoltre un’intera famiglia di ingegneri che, in un arco temporale che va dalla metà del Settecento ai primi decenni dell’Ottocento, lavora alle dipendenze dell’ente, composta da Giovan Michele, Stefano e Ferdinanzo Piazzini, ai quali si devono molte carte conservate nel fondo. Fra di esse, di speciale interesse sono quelle redatte da Stefano che riguardano la tenuta granducale di S. Rossore (Id., nn. 158, 169) e il castello di Rosignano del 1799 (Id., n. 22). Non bisogna dimenticare che compaiono come autori numerosi altri tecnici, spesso non meno significativi, molti dei quali lavorarono saltuariamente per conto dell’ Ufficio come collaboratori esterni.

Riferimenti bibliografici e archivistici

Barsanti, 1985; Barsanti, 1987; Barsanti, Previti e Sbrilli, 1989; Caciagli e Castiglia, 2001; Cantini, 1800-1808; Casini, 1953; Cresti e Zangheri, 1978; Fasano Guarini, 1976; Fiaschi, 1936; Giglia, 1997; Greppi, a cura di, 1993; Guarducci e Rombai, 1999; Karwacka Codini e Sbrilli, 1987; Livorno e Pisa: due città e un territorio nella politica dei Medici; 1980; Luzzati, 1976; Maccari, 2003; Mazzanti, 1982 Mazzanti e Sbrilli, 1991; Nanni, Pierulivo e Regoli, 1996; Perelli, 1774; Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1969, I; Sbrilli Fabbrini, 1986, III; Vallerini, a cura di, 1976; ASP, Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa: Brevi notizie circa le sue origini, le sue vicende, la sua opera, 1906; Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa: Statuto, 1897; Ufficio dei Fiumi e Fossi. Pisa, cenni sul suo ordinamento e sulla sua attività, 1952; ASP, Fiumi e Fossi (3773 filze); ASP, Piante dell’Ufficio Fiumi e Fossi.

Cecilia Massa (Siena)


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